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giovedì 30 aprile 2015

Gravity



Non sapevo bene cosa aspettarmi... fra chi lo definiva il primo film 'realistico' sull'avventura spaziale e chi ne parlava come di qualcosa difficile da inquadrare, comunque emozionante e di grande qualità visiva...
Sono uscito dal cinema perplesso, non sapendo bene cosa avessi visto.
Un film di fantascienza ? Indubbiamente si: quello che fa la protagonista, per quanto 'spacciato' per realistico, va ben oltre l'assurdo ed a chiunque abbia, come me, qualcosa più di un'infarinatura sull'argomento la cosa risulta palese.
E' una 'storia' ? Diciamocelo, la storia in se non c'è proprio... una mera scusa. Tutto si traduce in un canovaccio di due righe scarse.
Dunque... soltanto 90 minuti scarsi di (eccellenti e coinvolgenti) effetti speciali ?
Ero arrivato a crederlo, poi ritengo di aver trovato una chiave di lettura...
Cuaron, come nel precedente e discusso 'I figli degli uomini', non ha la mano troppo leggera in fatto di metafore...
Ed in 'Gravity' il messaggio suggerito, almeno secondo me, è alquanto triste.
Allo stato attuale delle cose, l'Uomo ha raggiunto i suoi limiti.
Tsiolkovsky, il teorico russo del viaggio spaziale, cento anni fa disse che la Terra era la culla dell'Uomo, ma che nessuno poteva davvero desiderare di vivere nella culla per sempre.
Negli anni 60 e, in parte, 70, ci abbiamo creduto. Abbiamo pensato che saremmo stati in grado di vincere anche l'ambiente più ostile e refrattario alla vita per piegarlo ai ns bisogni: lo Spazio.
Poi... la conoscenza, invece di aiutarci a risolvere i problemi dati dall'eventuale colonizzazione del Cosmo, ci ha semplicemente mostrato un susseguirsi di difficoltà sempre maggiori e sempre più insormontabili, difficoltà che rendono al momento pressoché impossibile per l'Essere Umano spingersi oltre la Luna, un traguardo da poco che abbiamo sul pianerottolo di casa.
Un susseguirsi di avvenimenti, solo in parte plausibili, nel film ci mostra come anche la ns presenza in orbita 'bassa' sia potenzialmente effimera, fragile: un avamposto di cartapesta contro potentissimi marosi...
Quindi l'unica possibilità è tornare a casa, una casa che, senza spoilerare, avrà modo di farci comunque vedere come l'Uomo non sia benvoluto ed immune da rischi neppure nel suo habitat naturale.
E' triste: da giovane credevo davvero che avremmo costruito basi sulla Luna, e saremmo arrivati su Marte, durante la mia vita ma...
E' troppo difficile, troppo lontano, troppo estremo... e gli indubbi benefici dati da quelle che sarebbero comunque spese mostruose non si vedrebbero che troppo tardi per chi volesse investire oggi sullo Spazio.
Il sogno non è perduto: per fortuna le nostre sonde automatiche ed i nostri telescopi ci hanno permesso di apprendere tanto, ogni giorno di più,  e non importa se tutto questo dovesse restare più o meno fine a se stesso...
La 'Conoscenza' è l'unica possibilità che abbiamo di sfuggire ad un destino già scritto.


Forse gli Alieni non verranno mai ad invaderci od a salvarci: probabilmente l'Uomo, nel più ottimistico dei casi, non metterà mai piede oltre Marte prima di estinguersi.
E questo è quanto vuole suggerire Cuaron: forse è una gara che non possiamo vincere... ma ci stiamo provando... e guardare la Terra, sospesi nel cielo a duecento chilometri d'altezza, vale sicuramente lo sforzo.

lunedì 27 aprile 2015

Download libero

Tempo fa ho partecipato ad un premio letterario indetto dal circolo Karemaski di Arezzo.
Si trattava di scrivere un racconto fantascientifico, partendo da un incipit proposto da un personaggio noto del panorama italico. Gli incipit erano tre, io ho scelto quello di Alfredo Castelli, già noto creatore del fumetto della Bonelli 'Natan Never'.
Mi hanno subito scartato, evidentemente c'era molto di meglio: non che mi stupisca.
La parte iniziale in corsivo è l'originale incipit del castelli, il resto è robetta mia.
Buona lettura ! Commenti graditi, di qualsiasi tenore.




Download libero

Prima di cominciare, è necessario che vi riassuma la situazione dell’astronautica nel suo periodo pionieristico. La ricerca di informazioni si fa infatti di giorno in giorno più difficile, come potrete constatare consultando Internet, e – ancor peggio – sono ormai pochi coloro che, come me, sono ancora in grado di ricordare come si sono svolte esattamente le cose.
Ci sono buone probabilità che leggendo dubitiate della mia sanità mentale, ma non posso fare altro se non esporre le vicende come le ho vissute di persona.
La cosiddetta “era spaziale” ebbe inizio il 4 ottobre 1957. Con grande sorpresa dei sovietici, che si ritenevano all’avanguardia nel campo, la NACA (poi NASA) annunciò di aver messo in orbita il primo satellite artificiale. Si chiamava “Travelmate” , era costituito da una sfera di alluminio di 58 centimetri di diametro; conteneva due trasmittenti e un termometro, e comunicava per mezzo di quattro antenne. Fu l’inizio della corsa allo spazio: il primo satellite russo entrò in orbita il 31 gennaio 1958, ma quando ormai le forze sembravano in parità, il 12 aprile 1961 la navicella “West 1” si staccò da Cape Canaveral con a bordo il Maggiore George Loon, e in 88 minuti percorse un’orbita intorno alla terra raggiungendo i 302 chilometri di altitudine.

Forse qualcuno avrà letto che, pochi mesi prima di questo evento, i sovietici avevano tentato di mettere in orbita una cagnetta, Irina, ma il loro vettore a carburante ipergolico, assai ambizioso nell'architettura, era esploso sulla rampa di lancio. La cosa si venne presto a sapere anche in Occidente e gli anticomunisti ebbero buon gioco nel cavalcare le campagne di biasimo indette dalle associazioni degli animalisti. Una famosa copertina di LIFE riportava la foto di un simpatico barboncino, con sotto la dicitura “anch'io sono una vittima del pericolo rosso”. Viste con occhi smaliziati è difficile non cogliere il lato grottesco di queste iniziative, le quali ebbero comunque un forte impatto sull'opinione pubblica.
Due mesi dopo il maggiore Loon, il colonnello Dirk Saller compì ben sette orbite prima di rientrare in atmosfera con la sua “West 2”: -Nell'immensità dello Spazio ho visto Dio- disse nella sua prima intervista alla stampa.
Le campane delle chiese nel “Mondo libero” suonarono all'unisono durante i festeggiamenti in onore dell'astronauta in Times Square.
Oltrecortina tutto taceva.
Efficiente ed affidabile, il vettore statunitense Venus II veniva intanto costruito in grande serie, abbandonando la livrea bianca e rossa degli esploratori spaziali per un cupo blu scuro e sostituendo la capsula “West” alla sua sommità con testate termonucleari via via sempre più potenti, in grado di raggiungere in poche decine di minuti ogni parte del globo.
Dalla base missilistica di 'El Toro', in California, sempre più spesso partivano satelliti spia dell'Esercito; pesanti ed in orbita bassa, potevano scrutare ogni dove del territorio sovietico, palesando l'inattesa debolezza dell'apparato militare comunista.
Io ero un giovane tenente dell'intelligence britannica, distaccato presso i nostri cugini americani, e ricordo benissimo l'eccitazione nelle alte sfere di comando, quando le foto dall'orbita mostrarono come le capacità di deterrenza dei sovietici fossero affidate ad un numero assai basso di vetusti bombardieri Tupolev ed a una manciata di ICBM dall'incerta affidabilità.
Fu allora che i falchi del Pentagono iniziarono a pensare seriamente alla possibilità di iniziare, e vincere, un conflitto nucleare.
Il 13 maggio 1962, con un breve volo suborbitale di quindici minuti, la capsula “Ottobre rosso” fece appena toccare lo Spazio al cosmonauta Arkady Gorbacho.
Sui giornali occidentali la cosa fu relegata all'interno, fra i fatti minori.
Il 20 giugno dello stesso anno, in un'assolata Dallas, il presidente Nixon pronunciò lo storico discorso detto “della canna da zucchero”, dove annunciava l'intenzione di liberare Cuba dal regime comunista se questo non avesse subito indetto libere elezioni.
Un breve passaggio fu dedicato anche all'esplorazione spaziale, con la promessa di conquistare la Luna entro la fine del secolo, per dimostrare la supremazia tecnologica americana.
Nel corso del 1962 furono lanciate altre tre capsule “West”, con permanenze in orbita sempre maggiori.
Io osservavo con estrema preoccupazione la progressiva militarizzazione del programma spaziale americano; ne fanno fede i miei allarmati rapporti a Londra che potrete trovare fra i file della cartella: “allegati personali: Gen. Murdock”.
Il febbraio del 1963 vide infine i sovietici raggiungere l'orbita.
In un gelido mattino, il nuovo vettore 'Armata Rossa' si staccò dalla base di Baykonur per portare nei cieli la capsula “Spettro del comunismo”.
Il Kremlino comunicò che, dopo tre giri del Mondo, il maggiore cosmonauta Vladimir Komarov aveva regolarmente fatto ritorno nella Grande Madre Russia.
L'assenza di immagini dell'impresa, ed i festeggiamenti previsti solo per il mese successivo, ci permisero di scatenare una campagna tesa ad insinuare nel pubblico il dubbio riguardo l'effettivo successo del volo. Invero noi avevamo potuto seguire ogni comunicazione fra il cosmonauta e la base, inoltre tutte le telemetrie ci confermarono le orbite ed il rientro.
Erano altre le cose che non sapevamo, cose che il nostro spionaggio non fu mai in grado di rivelarci.
La nostra disinformazione lavorò bene, e sono certo che molti di voi, se non tutti, considerino ancora il volo di Komarov una messinscena.
In quegli stessi giorni, sulla ABC ed altre emittenti televisive in syndacation, spopolava la pantomima di un mediocre comico fino ad allora sconosciuto, un certo Jerry Lewis.
Lewis nei suoi sketch interpretava uno stralunato cosmonauta, Ivan Ivanovich, perennemente ubriaco di vodka e costretto a volare su scalcinati macinini tenuti insieme col fil di ferro. Ogni scenetta terminava con un vistoso e comico fallimento, al quale seguiva un'inevitabile rieducazione in Siberia...
Se ne fece anche un film di successo, dove Ivanovich finiva per sbaglio sulla Luna (!) e veniva salvato dagli americani. Hollywood ricevette notevoli finanziamenti occulti direttamente dal Pentagono per tale produzione.
L'esplorazione spaziale passò del tutto in secondo piano nei mesi seguenti: il 20 aprile 1963 una poderosa task force statunitense entrò nelle acque territoriali cubane. L'invasione dell'isola, voluta da Nixon, ebbe successo, anche se servirono due mesi per spezzarne completamente la resistenza.
La foto del cadavere di Ernesto Guevara, forse morto suicida durante l'ultima resistenza, fece il giro del Mondo.
La rabbiosa reazione sovietica non fu tenuta in grande considerazione dai vertici occidentali, oltretutto limitandosi alle sole proteste diplomatiche ed a qualche velleitaria esercitazione militare ai confini con la Germania ovest. Il premier russo Dimitri Micoyan divise il Mondo quando, presentatosi all'ONU, pronunciò la storica frase “Io sono cubano”, per poi ritirare la propria delegazione dalle Nazioni Unite, seguito dai rappresentanti di tutti i paesi comunisti.

Lo Spazio tornò alla ribalta dei media con il lancio della nuova capsula “Constitution”, il 7 gennaio 1964, capace di portare ben tre astronauti in orbita. Tutti abbiamo negli occhi le immagini del comandante Gordon Cooper mentre abbandona la navicella, ben ancorato al massiccio tubo dell'ossigeno, per librarsi nella prima passeggiata spaziale.
Intanto avevamo notizia di una grande escalation di voli spaziali sovietici, ma li consideravano semplici sonde automatiche, di cui non ci preoccupavamo granché. I nostri satelliti continuavano a mostrarci un nemico debole, con un esercito tanto elefantiaco quanto obsoleto ed inefficiente.
Nel tardo 1964 tornai in Gran Bretagna, scoprendo che anche nella mia patria in molti erano oramai convinti della necessità di mettere la parola “fine” al comunismo. Nonostante le proteste di una popolazione sempre più impoverita, gli aeroporti abbandonati dall'ultima guerra venivano riaperti e stipati dei nuovi, micidiali, bombardieri atomici “Vulcan”.
In USA, soddisfatti dai successi ottenuti e dalle enormi ricadute tecnologiche in campo militare, i finanziamenti per la ricerca spaziale venivano reindirizzati verso l'apparato bellico.
Von Braun, capo del programma della NASA per portare uomini sulla Luna, venne estromesso da ogni potere: fu sufficiente ricordare ai giornali il suo passato nazista, noto da sempre ed ignorato fintanto risultava utile al progetto.
Il 25 dicembre 1964 dalla Constitution 5, in orbita a 300 km di quota, un astronauta cappellano dell'aviazione pronunciò un sermone di fuoco, trasmesso in mondovisione, sulla necessità di estirpare il male assoluto dell'ateismo comunista dalla Terra.
I toni apocalittici del sacerdote furono di sinistro presagio.
Nel marzo 1965 la NASA cambiò ancora nome, diventando “USSA”, “United States Space Army”.
Tutti i progetti rientrarono sotto l'assoluta autorità militare.
Sui successivi lanci delle Constitution cadde il riserbo.

Come avrete letto ovunque, in quel periodo i sovietici tentarono di lanciare altri cosmonauti nello Spazio, fallendo sempre e riportando gravi perdite. Tutte le informazioni a riguardo venivano fornite all'Occidente da una fonte civile, un osservatorio di radio ascolto in Danimarca, ritenuto dai media affidabile e “super partes”. Anche questa era disinformazione da noi abilmente pilotata.
I sovietici arrivarono a smettere di confutare questo fiume di calunnie; ogni smentita serviva solo a rafforzare la convinzione che fossero stati spazzati via dai cieli.
Intanto l'Occidente stava cambiando.
Il 3 ottobre 1965, all'apice del suo secondo mandato, Richard Nixon venne assassinato durante una visita a Los Angeles. Una granata, lanciata dalla folla che seguiva il corteo presidenziale, raggiunse la sua Lincoln Continental: l'esplosione uccise tutti gli occupanti, compresa la first lady ed il governatore della California, l'ex attore Ronald Reagan.
Venne immediatamente arrestato un noto esponente della contestazione giovanile, Allen Ginsberg, accusato di aver armato la mano di alcuni beatnik dediti alla mariujana ed all'LSD.
Ginsberg non giunse mai al processo: fu trovato morto in cella poche ore dopo il fermo.
Il vicepresidente, il controverso George Lincoln Rockwell, da sempre accusato di simpatie neonaziste, giurò alla Casa Bianca due ore dopo l'attentato, diventando il 36° presidente degli Stati Uniti d'America. Il 5 ottobre 1965, in un senato blindato, venne emesso quello che è noto come “Safety Act”; gran parte delle libertà individuali e la libertà di stampa vennero soppresse: -In questo momento buio per la nazione dobbiamo assumerci la responsabilità di una scelta tanto impopolare quanto necessaria- disse di fronte ad un Congresso impietrito ed inerme, -un mostruoso complotto comunista mondiale sta armando i nostri giovani contro il proprio stesso paese. Falsi ideali e fiumi di droga stanno corrompendo le loro menti. Non staremo fermi a guardare questa azione atta a distruggere quanto i nostri padri fondatori, uomini bianchi guidati dalla luce di Dio, hanno costruito in quasi duecento anni. I comunisti stanno utilizzando la popolazione negra e gli immigrati sudamericani, con stolte promesse di assurde emancipazioni. Tutto questo grida vendetta a nostro Signore !-
La sera stessa una capsula Constitution esplose dei proiettili contro un satellite sovietico per le telecomunicazioni, distruggendolo.
Non troverete in Arpanet, ora Internet, molte informazioni riguardo quel periodo.
Nella mia amata Gran Bretagna i conservatori si allearono con i neofascisti del giovane Max Monsley, un ex pilota da corsa, figlio del noto sir Oswald, già capo del partito fascista inglese prima della guerra. Il malessere dei proletari inglesi venne abilmente indirizzato contro gli immigrati: non passava giorno senza che venisse data a fuoco una moschea od un ristorante indiano. Infine anche le sinagoghe britanniche, come anni prima nell'Europa continentale, iniziarono a bruciare.
In Italia un colpo di stato estromise la sinistra dal parlamento. Lo stadio Olimpico di Roma venne usato come prigione a cielo aperto per decine di migliaia di oppositori. Molti di loro sparirono nel nulla.
In Germania ovest come in Giappone, il “Mondo libero” rinunciava a gran parte della propria sovranità sotto la pressione dei vincitori della seconda guerra mondiale. Ovunque l'apparato militare veniva rafforzato e la dissidenza eliminata.
Di contro stava succedendo qualcosa di strano in Unione Sovietica. Una nuova primavera di libertà prendeva sorprendentemente piede. Il nuovo premier Andrey Gromiko, inaspettatamente visti i suoi trascorsi da fedelissimo del regime, varò riforme economiche e libertarie che diedero nuova spinta al blocco oltrecortina. Da Praga a Vladivostok milioni di persone tornarono a sfilare spontaneamente in piazza; stavolta non chiedevano la libertà che stavano, certo faticosamente, ottenendo... adesso si coalizzavano per paura del Fascismo nuovamente alle porte di casa.
L'8 settembre 1966, da Cape Canaveral, adesso ribattezzata Cape Nixon, si alzò in cielo l'enorme missile Jupiter V: il presidente Rockwell annunciò al Mondo che il primo modulo della nuova stazione spaziale permanente da combattimento, l'enorme “Liberty”, era in orbita a difesa dei valori americani e, dunque, mondiali. “Agiamo in Cristo” era scritto sullo scafo.
Il 1967 iniziò con lo smantellamento del muro di Berlino. Ad Occidente la gioia fu contenuta.
I profughi dall'Est furono pochi, mentre si osservò una paradossale diaspora di gente annientata dalla continua crisi economica, nonché dalla costante riduzione delle libertà, verso la Germania democratica. Nel maggio 1967, in una notte, venne tirato su un nuovo sbarramento divisorio, questa volta dagli occidentali: -E' necessario difendersi dalla contaminazione comunista- affermò seccamente Rockwell all'oramai addestrata stampa mondiale.
Forse vi chiederete cosa c'entri tutto questo con l'astronautica, magari troverete questa video conferenza d'introduzione tediosa... ma per quanto sia ozioso, chiedersi cosa sarebbe successo in un diverso contesto politico è lecito.
So che è difficile, ma provate ad immaginare uno Spazio smilitarizzato, satelliti per le comunicazioni atti a portare libera informazione in ogni dove, sonde per l'esplorazione scientifica verso gli altri pianeti del Sistema Solare... immaginate tutte le conoscenze che potevamo acquisire e che non furono.
L'America che vide l'alba del 1968 non era che la pallida immagine riflessa del paese guida della democrazia di un tempo. Squadracce prezzolate aggredivano i giovani hippies, rasandogli i capelli fra il pubblico ludibrio e pestandoli a sangue ogni qual volta provavano a radunarsi per una manifestazione od un concerto. In migliaia vennero arruolati a forza e spediti a combattere nelle insanguinate risaie del Vietnam e del fronte riaperto in Corea.
Il 16 luglio 1968, dopo una serie di dieci lanci dello Jupiter V coronati dal successo, il presidente Rockwell dichiarò terminata ed operativa la stazione “Liberty”. Simile ad una ruota dal raggio di 30 metri, non si mancò di sottolineare la presenza a bordo di 50 sofisticate testate termonucleari, in grado di raggiungere l'Unione Sovietica in meno di dieci minuti.
-Se mai osassero attaccarci- affermò sorridendo il presidente, intervistato in televisione dal famoso giornalista Walter Cronkite -per noi sarà come tirare sassi da un cavalcavia.-

L'aver assunto posizioni contrarie a questo nuovo ordine mondiale mi fu ripagato con un avanzamento di grado, ed un trasferimento immediato presso un nostro centro d'ascolto spaziale nel desolato entroterra australiano.
Insieme a pochi altri paria, passavo giorni e notti ad ascoltare ed a tracciare tutto quanto veniva dal cielo: fu così che ebbi modo di conoscere l'assoluta verità degli ultimi fatti.

Era il 20 novembre 1968.
Gli osservatori sismici ai confini del Kazakistan rilevarono una scossa tellurica, compatibile con una esplosione nucleare di media intensità, epicentro a Baykonur.
Immediatamente si pensò ad un qualche catastrofico fallimento di un lancio sovietico, senonché testimonianze dirette, ed inequivocabili tracce radar, segnalarono l'arrivo in orbita di un grosso ordigno. Andammo in fibrillazione e dopo pochi minuti eravamo già a DEFCON 2.
Seguimmo con paura quell'oggetto, che si muoveva ad una velocità mai vista prima tanto che, dopo due orbite, abbandonò la Terra e si mosse verso lo spazio profondo.
Verso la Luna.

Già mi sembra di vedervi ridacchiare... “Ancora la bufala dei Russi sulla Luna !” Ecco cosa state pensando.
Ma io ho le prove, le abbiamo sempre avute, e soltanto adesso la nuova situazione politica della nostra coalizione ci ha permesso di desecretare i molti documenti in nostro possesso: le prove inequivocabili di quanto successe davvero.

Per due interi giorni potei seguire i collegamenti in chiaro fra la navicella sovietica “LK-700” e le basi di rilevamento a terra. I russi avevano lanciato, grazie ad un enorme vettore con l'ultimo stadio a propulsione nucleare, una grande navetta a quattro posti che, raggiunta la via di fuga, aveva iniziato un veloce viaggio verso il nostro satellite.
Li ascoltammo con eccitazione crescente. Tememmo per loro quando il comandante della missione, il colonnello Yuri Gagarin, comunicava qualche piccolo intoppo. Pregammo addirittura quando iniziarono la discesa verticale verso la desolazione selenita.
La radio e la tv moscovita, con un'azione senza precedenti, trasmettevano in diretta al Mondo la grande impresa in corso ma, da noi, la cosa veniva derisa e giudicata, da stampa e televisione, una ridicola burla di un paese oramai alle corde.

Alle ore 21 (Tutti gli orari riportati sono GMT: ora di Greenwich) del 23 novembre 1968, la LK-700 posò le sue quattro zampe telescopiche sul “Mare della tranquillità”. Alle 21.34 il comandante Gagarin scese con attenzione la lunga scaletta e lasciò la sua storica impronta sul suolo lunare: -Visito questo mondo ma non ne prendo possesso- disse -siamo uomini fra gli uomini, e veniamo in pace.-
Nessuno in occidente poté seguire la diretta televisiva, rilanciata alla Terra da un piccolo satellite lasciato in orbita lunare dalla nave spaziale sovietica, ma furono ugualmente in molti ad alzare lo sguardo verso il cielo, interrogandosi se davvero qualcuno stava camminando su quell'astro vicino e luminoso.

Non vi fu tempo per sognare, ed il resto lo conoscete tutti fin troppo bene.
Alle 02:43 del 24 novembre, il presidente Rockwell dichiarò DEFCON 1 ed attivò i codici dell'attacco nucleare.
Convinti di avere facile gioco, la nostra prima ondata d'attacco si limitò a poche decine di testate termonucleari; secondo le previsioni queste avrebbero completamente distrutto ogni capacità sovietica di reagire, eliminando per sempre il pericolo comunista.
Ma avevamo fatto gravi errori di valutazione.
I nostri satelliti spia ci avevano fatto vedere tutto, ma non per questo eravamo sempre stati in grado di capire cosa vedevamo… Una nuova generazione di scienziati, più liberi dei loro predecessori e ben motivati, avevano lavorato con successo a soluzioni difensive incredibilmente efficienti. Decine di potenti laser, basati a Terra e su navi oceanografiche apparentemente innocue, spazzarono via la grande maggioranza dei nostri ICBM mentre erano ancora in ascesa. Gli impulsi elettromagnetici delle gigantesche esplosioni nella stratosfera bruciarono i circuiti elettrici non protetti dell'intero pianeta.
Là dov'era notte, il buio accompagnò la paura.
I satelliti smisero di funzionare e, inerte, l'inutile stazione Liberty iniziò una lenta parabola discendente verso gli alti strati dell'atmosfera, dove sarebbe bruciata pochi giorni dopo.
L'Unione Sovietica venne comunque duramente colpita, ma fece in tempo a scaricare gran parte del suo arsenale su di noi. Una nostra ulteriore risposta fu tardiva ed in gran parte inefficace.
Venimmo anche colpiti dall'attacco, inutile e suicida, di molte navette “Spettro del comunismo”, in effetti degli efficienti bombardieri antipoidali.

Come è noto, la guerra viene universalmente considerata conclusa alle ore 18 del 24 novembre quando, attraverso linee telefoniche superprotette, i sopravvissuti dei vertici dei due schieramenti poterono concordare un armistizio, che tuttora perdura.
Rockwell era morto poche ore prima, disintegrato col suo aereo presidenziale.

Mentre il Mondo bruciava miliardi di vite, quattro cosmonauti sulla Luna, tre uomini ed una donna, impotenti, rimasero a guardare. Di loro ci rimangono poche sbiadite immagini radiotrasmesse, che a lungo la propaganda e l'odio vi hanno fatto credere esser false.
Inoltre non sapete che esiste un triste, laconico messaggio rispedito a terra in una piccola sonda, miracolosamente recuperata intatta nei primi anni 80.
-Non abbiamo proclami, non abbiamo parole da dire né poesie da recitare. Siamo venuti sulla Luna per dimostrare che l'uomo poteva farlo, che potevamo fare ben altro che ucciderci in nome di ideologie già vecchie nel momento stesso in cui vengono enunciate... O di divinità che, se esistono davvero, devono essere feroci... oppure incapaci di difendersi dai propri stessi credenti.
In questo momento noi rappresentiamo solo il nostro fallimento.
Abbiamo un'autonomia di circa un mese; ripartiremo da questo satellite ma non torneremo da voi. Siamo tutti d'accordo che punteremo la prua verso lo spazio esterno; i nostri motori ci consentono di raggiungere la via di fuga da questo sistema solare. Ci perderemo nel nulla, ad eterna testimonianza di quel che potevamo essere... e della nostra stupidità.-
Dalla LK-700 non giunse altro.

Sono un sopravvissuto, nonché uno degli uomini più anziani al Mondo, che non vuole andarsene prima di aver lasciato qualcosa di concreto a questa nuova, giovane umanità che, si spera, saprà fare meglio delle precedenti. La cosa migliore che ci hanno lasciato i militari, Arpanet, Internet come dite adesso, ci ha permesso di rimanere in contatto e di mantenere la luce della conoscenza. Molto è andato perduto, ma molto è stato recuperato. L'Unione anglo americana, secondo l'ultimo censimento del 2011, è forte oramai di ben sei milioni di abitanti. Si calcola che nel resto del Mondo vivano in condizioni sufficientemente buone perlomeno altri trenta milioni di individui, sparsi fra la coalizione orientale ed il poco che resta della così detta “Bundes europea”.

Con questo video ho voluto introdurvi ad un enorme database, al quale da oggi potrete tutti accedere liberamente. Vi sono tutte le informazioni che abbiamo potuto recuperare dalla catastrofe riguardo la tecnica del volo spaziale. Vi troverete migliaia di libri, articoli, testimonianze civili e militari, progetti e sogni...
La nostra unica richiesta è di farne copia e diffusione, di far si che questo Sapere non rischi di andare perduto.
Attualmente l'orbita è un posto pericoloso, pieno di milioni di detriti non ancora ricaduti a terra, dove sarebbe quasi impossibile tornare senza rischiare drammatiche collisioni.
Ma prima o poi ci rimetteremo piede, e stavolta dovremo fare in modo che le cose vadano diversamente.
Il prossimo uomo ad arrivare in orbita non dovrà rimanere a guardare la Terra dall'alto, dovrà guardarle oltre.
C'è l'assoluta necessità che decenni di ricerca non vadano perduti, è fondamentale che si formino nuove generazioni di ingegneri, di fisici, di esploratori.
Perché ne avremo bisogno, fra cento anni o poco più, quando la radioattività sarà tornata a livelli sopportabili... e potremo uscire dal sottosuolo per guardare nuovamente il cielo.

venerdì 20 marzo 2015

Astronautica for dummies: la Voskhod 2 e la passeggiata di Leonov

Voskhod 2, un volo 'fortunato'

 Come abbiamo visto, in attesa dell'introduzione della ben più performante Soyuz, Korolev ed il suo staff avevano modificato ampiamente il progetto della Vostok, creando la Voskhod.
 Con tale capsula, dalle molte (e pericolose) modifiche avevano inviato nello spazio per la prima volta tre uomini insieme, battendo gli americani che ancora non avevano messo in orbita il loro nuovo progetto Gemini biposto. Il buon esito del volo aveva incoraggiato i sovietici ad utilizzare ancora tale configurazione, con l'ambizioso proposito di battere nuovi record e continuare per la strada che avrebbe dovuto portare i russi per primi sulla Luna.
 Tali aspettative furono tuttavia mal riposte, ed il 'quasi-disastro' della Voskhod 2 portò alla prematura fine di quest'ibrido d'emergenza.

 3KD, ovvero la 'Vykhod'
 Le modifiche alla Vostok avevano portato alla progettazione di tre diverse configurazioni:
 La 3KU era il modello che già aveva volato con tre cosmonauti a bordo; altre della stessa serie erano già in produzione, adattate per portare un solo uomo, ma con modifiche tali da permettere una permanenza in orbita di almeno 20-25 giorni (poi ridotti ad un massimo di 15). Lo scopo ultimo era testare la resistenza dei cosmonauti alle lunghe permanenze nello spazio, così da avere le informazioni necessarie per il tragitto di andata e ritorno dalla Luna.
 Molto più interessante la 3KD. Si trattava di una Voskhod con equipaggio di due cosmonauti, dotati di tuta spaziale (al contrario dell'equipaggio della Voskhod 1); la 3KD possedeva un ingegnoso sistema per permettere la prima EVA (attività extraveicolare) della storia dell'astronautica. Si trattava di un appendice gonfiabile, una grossa camera d'aria dotata di due portelli, uno direttamente sullo spazio ed uno nella capsula. Una volta in orbita tale camera veniva gonfiata ed estesa. Il cosmonauta abbandonava la capsula entrando in tale camera, chiudendo il portello d'accesso alle sue spalle per mantenere la corretta atmosfera e pressione nell'abitacolo; successivamente la miscela ad alto contenuto d'ossigeno che costituiva l'atmosfera della camera veniva lentamente espulsa, ed il cosmonauta apriva il portello esterno per potersi infine trovare in quello che è l'ambiente più ostile ad ogni forma di vita: il vuoto cosmico.
 Finita l'EVA l'intera procedura veniva eseguita al contrario, fino al ritorno nell'abitacolo del cosmonauta. La Voskhod così modificata venne in un primo momento denominata 'Vykhod' ('Uscita' in russo). Nel 1964 erano in programma nove voli Voskhod: cinque con la 3KU (dei quali almeno tre in versione monoposto da lunga permanenza) e quattro con la 3KD.
 E' da notare come la Voskhod, al contrario della Gemini americana, non avessa alcuna possibilità di effettuare operazioni di Docking, ovvero di attracco fra due diverse navi. Tale importantissima capacità veniva delegata al futuro dispiegamento della nuova Soyuz.



 Un bel modello della Voskhod 2 con la camera dispiegata



 Soliti problemi
 Come sempre vi furono molti problemi: il genio degli ingegneri russi dovette al solito scontrarsi con i mali endemici che afflissero sempre l'astronautica sovietica, a partire dalla scarsità di budget (neppure paragonabile all'equivalente statunitense), lo scontro fra le diverse equipe di scienziati (che lavoravano a diversi progetti in contrapposizione fra loro, anziché come un orchestra impegnata in un'unica sinfonia), fino ad arrivare all'estrema lentezza ed assurdità della burocrazia sovietica... un problema questo tipicamente russo, indipendentemente dalla forma di governo del paese...
 Molto tempo fu portato via dalla scelta dei cosmonauti, particolare importante in quanto la nuova 'tuta spaziale' adatta all'EVA, la Berkut, doveva essere costruita esattamente sulla figura del singolo cosmonauta. Il ballottaggio fra i candidati, una decina, durò a lungo. Tutti furono comunque considerati abili alla missione, e sottoposti ad allenamenti durissimi.
 All'epoca russi ed americani non sapevano come riprodurre in maniera realistica a terra le condizioni in cui si sarebbe trovato un astronauta in caduta libera nello spazio, ed i sovietici sperimentarono l'inadeguatezza dei pochi secondi di assenza di gravità simulata ottenibili all'interno di grandi aerei in caduta da alta quota. Tale tecnica, da sempre alla base dell'addestramento degli astronauti/cosmonauti (e tuttora indispensabile), era inadatta a provare tutte le lunghe procedure necessarie al cosmonauta per simulare adeguatamente l'uscita ed il rientro dalla camera gonfiabile.
 Sarebbero occorsi ancora degli anni anni prima che venisse trovata una soluzione semplice ed efficace: l'immersione in grandi vasche, chiusi nella tuta spaziale, si sarebbe dimostrata perfetta per simulare adeguatamente l'assenza di gravità.


 La tuta spaziale Berkut

 Portelli che non si chiudono
 Durante le prove a terra, con pressioni atmosferiche sempre più rarefatte, si faticò non poco per compensare adeguatamente la pressione fra la capsula, la camera ed il vuoto... tanto che nei primi esperimenti spesso il portello dell'airlock rifiutava di chiudersi. Ci vollero lunghe prove e perseveranza per arrivare al successo. Grande attenzione richiese il sistema automatico di pressurizzazione, che non doveva avere margine di errore alcuno.
 A disturbare ulteriormente il lavoro dello staff di Korolev sopraggiunse la defenestrazione di Krushev, avvenuta durante il volo della Voskhod 1 (come abbiamo già visto); la nuova situazione politica determinò una certa tensione fra gli scienziati, incerti su come i nuovi 'padroni' del Kremlino avrebbero messo mano al programma spaziale. Fortunatamente non vi furono nuove ingerenze. Una nota di fastidio venne inoltre da una serie di pubblicazioni di un professore belga, il quale sosteneva che tutti i cosmonauti sovietici di ritorno dallo spazio avrebbero sofferto di una strana forma di psicosi. Questa 'bufala', probabilmente disinformazione pilotata, ebbe una certa presa sull'opinione pubblica mondiale, e causò una forte rabbia nell'ambiente dei cosmonauti.
 Giustamente al vertice si decise di ignorare questa provocazione, che sparì nel nulla in breve tempo.


 Il manichino di un cosmonauta accanto alla camera dispiegata della Voskhod 2

 Cosmos 57
 Il 22 febbraio del 1965 venne lanciata in orbita una 3KD senza uomini a bordo, denominata Cosmos 57. Ufficialmente un semplice satellite per lo studio dell'alta atmosfera. Raggiunta l'orbita si poté osservare un corretto dispiegamento della camera di compensazione, nonché l'ottimo funzionamento della tuta spaziale vuota dentro la capsula. A seguire, pare per una serie di segnali sovrapposti inviati da due distinti punti di comando, la nave accese incidentalmente i retrorazzi e fece entrare in funzione il meccanismo di autodistruzione... Tale fallimento, all'epoca frequente per varie cause nei voli senza uomini a bordo, deve far pensare: certo le capacità di automatizzazione (e di tracciamento) dei sovietici erano allora limitate, ma è pur vero che i voli senza equipaggio, al contrario degli altri, non godevano dell'attenta supervisione della VVS (l'aviazione militare sovietica). Tale mancanza fu la causa di molti fallimenti.

 Vykhod ? Niet
 Risolti i problemi uno ad uno, arrivò infine il giorno del lancio.
 La denominazione Vykhod fu abbandonata, per non rivelare anzitempo agli americani lo scopo della missione, e si preferì denominare la stessa 'Voskhod 2' semplicemente.
 Il 18 marzo la Voskhod 2, con a bordo i cosmonauti Pavel Belyalye e Aleksey Leonov, si alzo in volo dal cosmodromo di Baikonur.

 Un guaio dietro l'altro
 Raggiunta correttamente l'orbita (con un record di altezza all'apogeo di 475 km) si iniziò la procedura atta alla prima passeggiata spaziale. Il prescelto, Leonov, raggiunse lo spazio senza problemi, e si ritrovò, primo uomo al mondo, a galleggiare in caduta libera, con la meravigliosa visione della terra sullo sfondo. Un'emozione fortissima.
 Dopo una decina di minuti si apprestò a rientrare nella capsula, e si sfiorò il dramma.


 Leonov in passeggiata...

 La tuta, ancora lungi dall'essere perfezionata, si era gonfiata eccessivamente e, nonostante i disperati tentativi, Leonov non riusciva più ad entrare nella camera. Oltretutto era estremamente impedito in ogni suo movimento: i guanti si erano talmente irrigiditi da non poter praticamente muovere le mani. Fortunatamente Leonov era uomo di valore e ben addestrato, non si perse d'animo. Con molta fatica, seguendo le indicazioni del centro di controllo, riuscì progressivamente a ridurre la pressione interna alla tuta, fino a sgonfiarla quel tanto che bastava per rientrare a bordo. Per un pelo non rischiò di diventare anche il primo cadavere in orbita...
 La durata superiore alle previsioni dell'EVA comportò inoltre, per compensazione del sistema di pressurizzazione automatico, un eccessiva percentuale di ossigeno nell'atmosfera della capsula, vicina al 50 %. Al contrario delle navi americane, con atmosfera tutto ossigeno (condizione pericolosa in se, come dimostra il disastro dell'Apollo1), le navi sovietiche usavano una miscela vicina a quella dell'atmosfera terrestre, e non essendo testate per una percentuale d'ossigeno così alta fu gravissimo il rischio di incendio fino a che il sistema di compensazione non ristabilì la condizione normale. Infine, dopo un volo durato poco più di un giorno, ci si apprestò al ritorno a terra... ma i guai non erano finiti.

 Balla con i lupi
 Il sistema automatico di accensione dei retrorazzi non funzionò, costringendo i cosmonauti ad utilizzare il sistema manuale. Come detto precedentemente, i comandi della Voskhod erano poco ergonomici, essendo ancora quelli della Vostok, e costringevano i cosmonauti a contorsionismi non indifferenti per essere attivati.. L'accensione fu dunque ritardata di un orbita, e venne usato il motore principale per frenare la nave, anziché i retrorazzi siti nel muso della capsula. A peggiorare ulteriormente la situazione ci pensò il modulo di servizio della nave, che non si stacco dal modulo di rientro come avrebbe dovuto: questo causò una forte autorotazione della capsula, finché il calore dell'atmosfera in rientro non bruciò gli ultimi legami, lasciando la capsula finalmente libera. Dopo tutte queste vicessitudini la capsula prese regolarmente terra, ma fuori rotta di 368 km, in un posto sperduto in mezzo ad una fitta foresta sugli Urali.
 L'attesa dell'equipaggio fu lunga. Per quanto identificati abbastanza presto dal corpo di recupero, quest'ultimo dovette faticare alquanto per riuscire a raggiungere l'impervia zona. I cosmonauti passarono un intera notte dentro la capsula, alquanto infreddoliti, e soprattutto circondati da qualche decina di lupi assolutamente affamati...
 Atterrati il 19 marzo, alle 09.02 ora locale, riuscirono a mettere piede sull'elicottero di soccorso (che dovettero raggiungere con gli sci insieme ai soccorritori) soltanto la mattina del 21.

 Stop alla Voskhod
 Tale catastrofe mancata determinò la fine della Voskhod e l'accelerazione del ben più performante progetto Soyuz. Due note curiose: i cosmonauti Leonov e Belyayev vennero messi successivamente sotto accusa dai vertici militari, per aver parlato con alcuni astronauti americani in visita a Mosca poco tempo dopo il volo. La colpa, secondo la solita paranoia sovietica, stava nel aver dato agli americani utili consigli per il loro imminente primo space-walking... fortunatamente tutto fu presto dimenticato. Altra nota: La Voskhod 3 venne comunque messa in programma, ed ufficialmente non fu MAI annullata. C'é ancora una missione Voskhod in lista per la partenza, a 40 anni di distanza dall'ultimo volo, all'astrodromo di Baikonur…

Astronautica for dummies: la Voskhod 1

Su richiesta, rispolvero questo mio vecchio articoletto…



VOSKHOD, un progetto azzardato

L'indiscutibile successo del progetto Vostok, la capsula sovietica che per prima aveva portato un uomo in orbita, determinò a breve scadenza effetti negativi sul programma spaziale russo.
I sei voli consecutivi di questa nave monoposto avevano permesso all'Unione Sovietica di acquisire un notevole vantaggio, soprattutto in termini d'immagine, sugli statunitensi. I russi sembravano imbattibili: il primo uomo in orbita (Yuri Gagarin), la prima donna (Valentina Thereskova), il primo volo 'in tandem' (due navi che volarono contemporaneamente a breve distanza l'una dall'altra), e l'ottenimento di ogni sorta di record di velocità, altezza e durata. La controparte statunitense, la capsula Mercury, sembrava in perenne ritardo, limitandosi a voli che apparentemente viaggiavano su strade già percorse dai sovietici. In verità la piccola Mercury era già una base sofisticata di sperimentazione per il futuro progetto lunare americano, mentre la Vostok era un progetto fine a se stesso, che nell'intenzione del geniale progettista capo russo, Sergey Korolev, avrebbe dovuto lasciare presto il posto alla ben più sofisticata e performante Soyuz, ovvero la nave che avrebbe dovuto portare i sovietici sulla Luna.


 La Vostok

La situazione
In America, a seguito dell'entusiasmo suscitato dal noto discorso di JFK riguardo l'intenzione di conquistare la Luna prima della fine del decennio (quindi entro il 1970), ricerca e produzione lavorarono all'unisono, senza alcun problema di fondi e 'permessi'.
Furono impegnati miliardi di dollari e centinaia di migliaia di persone nel programma spaziale americano, programma già ben definito in ogni sua tappa perlomeno dal 1963.
A fronte delle (poche) critiche riguardanti l'enormità dello sforzo intrapreso, Werner Von Braun, il capo del programma statunitense, ebbe buon gioco nel sottolineare che tali soldi venivano spesi in America, dando lavoro a personale americano... L'ex nazista tedesco aveva perfettamente compreso il funzionamento dell'economia di mercato liberale !
Molto diversa la situazione sovietica.
L'intero programma russo era in mano a molte agenzie diverse, tutte rigidamente statalizzate, e generalmente ben poco disposte a dialogare l'una con l'altra, anzi... Per ottenere prestigio e riconoscimento non era strano vedere nette contrapposizioni fra le diverse equipe, con scontri che arrivavano alla delazione ed al sabotaggio (inteso come 'resistenza passiva' alle direttive superiori).
L'economia sovietica non permetteva grandi spese per la ricerca spaziale fine a se stessa, ed ogni soldo doveva essere strappato all'apparato militare, che ovviamente difendeva i propri privilegi con le unghie e con i denti. Contrariamente a quanto qualcuno può pensare, gli ingegneri e gli scienziati sovietici non furono mai inferiori a quelli americani: considerando le condizioni sfavorevoli in cui erano costretti a lavorare, questi si dimostrarono capaci di progetti eccezionali, spesso visionari, potenzialmente superiori a quanto si studiava in occidente.
Inoltre, al contrario degli americani, l'URSS non usufrui di un folto gruppo di scienziati tedeschi ex-nazisti... I pochi tedeschi 'reclutati' alla fine della guerra ebbero un impatto davvero minimo sulla ricerca, limitandosi a riprodurre alla meno peggio cloni della V2 (peraltro con scarso successo). Furono tutti rispediti a casa nei primi anni 50. Si può dunque affermare con ragione che l'astronautica sovietica fu frutto solo ed unicamente di cervelli indigeni, per quanto il know how tedesco fu indubbiamente alla base della progettazione del missile R-7.
Nell'ambito delle falsità proposte dalla propaganda, può essere interessante leggere 'Il bluff spaziale sovietico', un libretto scritto da un fuoriuscito, tale Leonid Vladimirov, edito in Italia dalle Edizioni Paoline nel 1976. In sostanza in questo pamplet l'intero programma sovietico viene dipinto a tinte fosche, frutto dello spionaggio e minato dalla cialtroneria. La caduta del muro, ed il conseguente arrivo di tonnellate di materiale autentico, hanno ampiamente dimostrato come l'unico vero cialtrone in mala fede fosse il suddetto Vladimirov...



 Sergej Korolev

La Voskhod
Nel 1964 gli americani avevano annunciato l'imminente dispiegamento della nuova capsula biposto Gemini; questa sarebbe stata una vera e propria 'astronave', capace di lunghe permanenze in orbita e di ottime potenzialità di manovra. Soprattutto, la Gemini sarebbe stata in grado di effettuare il 'docking', ovvero l'attracco nello spazio fra astronavi: una prerogativa assolutamente necessaria nell'ambito del percorso che avrebbe portato all'Apollo e quindi alla Luna.
Korolev non aveva nulla da opporgli.
Al febbraio del 1964 la nuova Soyuz era ancora solo un mock-up (ovvero un modello in scala 1:1) in un hangar, ben lungi dall'essere in configurazione definitiva. Non parliamo poi del razzo in grado di portarla verso la Luna... L'ambizioso N1 esisteva solo sulla carta, ed avrebbe vissuto la sua effimera esistenza solo alla fine degli anni 60.
Al solito, le esigenze propagandistiche del Politburo bypassarono ogni logica.
A Korolev fu imposto di lanciare in orbita una capsula con più di un uomo a bordo, prima degli americani. Il progettista capo dovette momentaneamente accantonare la Soyuz per dedicarsi ad un progetto dettato solo dall'urgenza 'politica'. Fu subito evidente che l'unica strada possibile stava in un ampia riprogettazione della Vostok. Il progetto fu presto definito, in due diverse versioni, ed ottenne l'approvazione del Comitato Centrale del PCUS già nell'aprile 1964.
Apparve chiaro l'estremo rischio insito in questo progetto.
La Voskhod era grossomodo simile nell'aspetto alla sua antesignana, con importanti differenze.
Nella versione 3KV (tre uomini d'equipaggio)veniva eliminata la torre di fuga, ovvero il grappolo di razzi sulla capsula in grado di portare via la stessa dal missile durante i primi 40 secondi dalla partenza, nel caso si fossero verificati problemi tali da richiedere l'aborto della missione.
Tale equipaggiamento è tuttora presente sulle Soyuz, così come lo era sulle capsule americane.
L'efficenza di questo sistema, peraltro, salvò la vita a tre cosmonauti nel 1985, quando il missile che doveva portarli in orbita prese fuoco durante il countdown sulla rampa.


 La torre di fuga di una delle prime Sojuz

Altra modifica riguardò l'eliminazione del seggiolino eiettabile.
Come è noto le Vostok non erano in grado di atterrare ad una velocità compatibile con la sopravvivenza del cosmonauta a bordo, così che questi si eiettava prima dell'impatto ed atterrava separatamente alla capsula (questo particolare è stato rivelato solo molti anni dopo...).
Per compensare fu montata una panoplia di razzi a propellente solido sulla capsula, che entrando in azione a pochi metri dal suolo erano sufficienti a permettere un atterraggio a 'velocità zero'.
Un'ulteriore batteria di razzi era collegata ai robusti cavi del paracadute.
Altra modifica pericolosa riguardò il posizionamento dei tre sedili dell'equipaggio in posizione perpendicolare al sedile originale; essendo però la strumentazione rimasta al solito posto, i cosmonauti erano si costretti a movimenti innaturali per poterli consultare.
Infine, per utilizzare al meglio il poco spazio interno alla capsula, non fu previsto l'uso delle tute spaziali per l'equipaggio... Che dovette affrontare i G della spaventosa accelerazione in partenza solo con delle normali tute anti-G da pilota di caccia.
Tali modifiche provocarono moltissime critiche fra gli scienziati del programma russo, soprattutto da parte di Kaminin, altra mente geniale 'critica' nei confronti di Korolev.
Le direttive del Cremlino erano però chiare, quindi... Ubi major...
Anche l'addestramento dell'equipaggio fu particolarmente accelerato.
Per dare una valenza al massimo scientifica al volo della Voskhod fu scelto di mandare in orbita, oltre al cosmonauta pilota, un medico ed un ingegnere aerospaziale.
Tale decisione provocò non poco malcontento negli ambienti militari, già fortemente critici nei riguardi delle scelte del Cremlino.

Un pre-volo pieno di difficoltà
Nei mesi che seguirono vi furono molti problemi.
L'addestramento del personale non militare fu assai difficile, sia per i tempi brevi a disposizione sia per il fallimento di test fisici; l'equipaggio cambio più volte nel corso dei mesi.
I primi test di atterraggio, con capsule sganciate da aerei ad alta quota, furono fallimentari: questo non fermò l'ottimismo di Korolev, ed un duro lavoro di modifiche risolse i difetti riscontrati.
In settembre fu lanciato il satellite d'osservazione Cosmos 45, il cui scopo principale era testare il lanciatore 'Voskhod 11A57', ovvero l'ennesima versione dell'R7, con un terzo stadio potenziato. Ad ottobre fu lanciato il Cosmos 47, ovvero una Voskhod in versione definitiva senza uomini a bordo. Vi furono pochissimi inconvenienti nei due voli, che inoltre svolsero un ottimo lavoro di sperimentazione scientifica automatica. Il sistema d'atterraggio funzionò al meglio, tanto che nell'impatto con il suolo la Voshod penetrò nel terreno di soli 9 cm !


 La Voskhod

Un volo perfetto (ed uno specchietto per allodole)
In ottobre l'equipaggio definitivo era pronto per la partenza: Komorov era il cosmonauta pilota, Feoktistov il medico e Yegorov l'ingegnere.
Dopo alcuni posponimenti 'fisiologici' del lancio, questo avvenne il 12 ottobre del 1964.
La Voskhod 1 fu un successo. Volò per un giorno, percorrendo 16 orbite ed arrivando ad un altezza massima di 336 km. Il pilota, Komorov, un grande cosmonauta dal tragico destino (come vedremo in futuro), aveva portato con se un ritratto di Marx, una foto di Lenin ed una bandiera della comune di Parigi... Il tutto non a caso. La Voskhod batté infatti un altro primato: fu la prima missione in 'diretta televisiva'; l'immagine dell'equipaggio in volo raggiunse le case dei sovietici, e successivamente tutto il mondo. E' inoltre degno di nota il fatto che proprio durante la missione (un caso ? Mah...) fu 'rimosso' dall'incarico di premier Nikita Krushev, sostituito da una trojka che vedeva in Bresnev l'elemento dominante. L'equipaggio venne 'informato' in modo assai ambiguo; alla richiesta del perché il compagno Krushev non partecipasse alla diretta, fu risposto parafrasando Shakespeare (!): “Ci sono più cose in cielo ed in terra di quante ne contempli la tua filosofia”...
Al solito il volo dei cosmonauti fu fortemente pubblicizzato, con un grande ritorno d'immagine che contribui non poco a far passare in secondo piano la notizia della defenestrazione del premier Krushev. Gli americani furono molto impressionati da questo volo a tre e, ignorando la quantità di compromessi che i sovietici avevano dovuto prendersi, temerono di essere ancora una volta in grande ritardo.

Il brillante Korolev aveva battuto gli americani una volta di più... ma i tempi stavano per cambiare in modo definitivamente sfavorevole ai sovietici nella corsa alla Luna.

La successiva missione della Voskhod fu ancora un grande successo... che per pochissimo non si tramuto in una spettacolare tragedia.

Di questo parleremo la prossima volta.


 Ringrazio Astronautix per l'inesauribile fonte d'informazioni, e per le foto ed i disegni disponibili per la pubblicazione.