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mercoledì 19 agosto 2015

El Ministerio del Tiempo

El Ministerio del Tiempo

Ovvero, anche gli spagnoli ci battono sulle mani…


La Spagna, come l'Italia, è particolarmente affezionata ed avvezza a serie televisive a base di poliziotti, amore (e corna) e sit-com varie, stile 'Un medico in famiglia'…
Tuttavia, al contrario di noi, sembrano piuttosto affrancati (decenni di catto-franchismo non sono passati invano) dalla sempiterna invasione italiota di preti, suore ed affini.
Ugualmente pare abbiano ancora, sempre che noi si sia mai avuto, il gusto di avventurarsi in produzioni di stampo fantastico-fantascientifico, dominio incontrastato di statunitensi e britannici…
Così, mentre noi continuiamo 'a divinis' (è il caso di dirlo…) con l'ennesima stagione di don Matteo, nel 2015 hanno tirato fuori questa serie, otto episodi da un'ora ciascuno, di chiaro stampo fantastico.
Mi ci sono imbattuto per caso un paio di giorni fa… sto guardando il quarto episodio della 'temporada' (stagione in spagnolo) e sono positivamente colpito.



Sigla !


El Ministerio del Tiempo (Il Ministero del Tempo) si annuncia con uno slogan ben preciso:
'Tutti i governi hanno molti segreti, quello spagnolo ne ha uno solo'

Nel primo episodio tre persone assai diverse fra loro, nonché di diverse epoche, vengono 'reclutate' da misteriosi personaggi che le invitano a far parte di una segretissima organizzazione del governo spagnolo. Si tratta di un soldato del XIV° secolo, una donna di cultura del XIX° ed un infermiere dei giorni nostri… Si scopre così che dai tempi dell'inquisizione la Spagna gestisce una serie di porte, di origine misteriosa, che permettono l'accesso a vari periodi storici. Scopo dell'organizzazione, guarda un po', è far si che il passato non venga alterato in nessun modo…

Prodotta dalla TVE, la RAI iberica, e già rinnovata per una seconda stagione, ha ottenuto buoni ascolti nel paese (non preoccupatevi… non quanto le serie poliziesche) e mi sta davvero piacendo.
C'é una buona cura dei particolari, storie ben congegnate, ironia che non scade mai in farsa ed attori, quasi tutti, di buon livello.
Le 'porte' suddette danno tutte sui territori spagnoli, od appartenuti alla Spagna e le storie, perlomeno finora, coinvolgono ovviamente personaggi ed accadimenti della storia iberica.

Mi direte… ma dove l'abbiamo già sentite queste situazioni ? Beh, 'El Ministerio' non ha certo un plot originale, impossibile non vedervi ovvie scopiaz ispirazioni da serie di culto come il dottor Who o la simpaticissima Warehouse13, tanto per citare le prime che mi vengono in mente… fra decine !
Inoltre, come le suddette, è alquanto poco preoccupato da ovvie illogicità e conti 'che non tornano'… i soliti mali di qualunque opera riguardi i viaggi nel Tempo, tanto per capirsi.

Anche l'Italia ha spedito gente a spasso per il Tempo… Boldi e Christian de Sica hanno già infestato svariate epoche con peti e turpiloquio vario...

Comunque trovo questa serie divertente e per nulla stupida, oltre ad essere piuttosto estraniante: se siamo fin troppo abituati ad 'eroi' anglo-britannici, una squadra di viaggiatori del Tempo spagnola è già di per se un valore aggiunto alla visione.
Ben consci di percorrere strade già battute, non mancano di sottolinearlo con divertenti citazioni e ben studiati cliché.

Non che questa produzione stupisca… la Spagna ha sempre avuto un'importante cinematografia 'di genere', generalmente di serie B che, pur avulsa alla fantascienza tout court, conta miriadi di horror più o meno soprannaturali. L'Italia gli faceva compagnia. Soprattutto gli anni 60 e 70 videro collaborare spesso i due paesi in questo campo; esempio lampante i famosissimi western 'all'italiana' girati in Almeria…

Oggi da noi il 'cinema di genere' non esiste praticamente più, ma in Spagna vive di relativamente buona salute e, ogni tanto, si permette pure di produrre robetta discreta.

Comunque, parlando di fantastico, non dimentichiamoci dell'eredità di un Buñuel, tanto per dire

Per ora, visione consigliatissima… 

Ed anche una buona scusa per buttare un occhio sulla storia spagnola 

Qualche foto:












martedì 21 luglio 2015

Colossus: the Forbin project

Colossus: the Forbin project






USA 1969
Regia: Joseph Sargent

Gli Stati Uniti mettono in funzione un gigantesco sistema computerizzato, detto Colossus, parto del geniale dottor Forbin, allo scopo di automatizzare il proprio sistema di difesa nucleare.
Ovviamente si tratta di una macchina virtualmente impossibile da sabotare, così come da… spengere.
Vi fischiano le orecchie ? Beh, lo Skynet di Terminator sarebbe arrivato più di dieci anni dopo, ma neppure il supercomputer del 1969 può dirsi un parto originale: tratto, piuttosto fedelmente, da un romanzo del 1965 di David Feltham, deve comunque moltissimo a precedenti legioni di computer senzienti, della narrativa e del Cinema, regolarmente ostili alla razza umana allorquando si ritrovino ad acquisire coscienza.

Al solito tutto nasce con il mostro di Frankenstein (Frankenstein, ovvero il Prometeo moderno) di Mary Shelley, scritto nel 1817, vero punto di partenza di quel fenomeno della narrativa che chiamiamo superficialmente 'fantascienza'.
L'elemento di base è l'hybris dell'Uomo che, raggiunta l'estrema conoscenza, si sostituisce a 'Dio', generalmente con risultati discutibili…
Se nell'ottocento la creazione della vita per mano delle nuove scoperte, l'elettricità in primis, era già sufficientemente e meravigliosamente blasfema, è dagli anni 20 del secolo scorso che la mira si perfeziona: l'Uomo non è più interessato a creare copie mediocri di se stesso, l'Uomo aspira a dar vita alla perfezione, ad un essere superiore in tutto e per tutto al creatore, mantenendo tuttavia l'arrogante desiderio di farne il proprio schiavo.
Dunque… cosa meglio di una forma di vita meccanica ? Tutta logica e potenza di calcolo, impossibilitata all'errore  ?
Inevitabile corollario la perdita di alcune delle tipiche caratteristiche del creatore umano: empatia, scrupolo, pietà…
E la Macchina, superando le aspettative, si ribella al Padre-Padrone.

Prodotto dalla Universal con un budget limitato ma sfruttato discretamente, 'Colossus' anticipa inconsapevolmente l'avvento di Internet: la supermacchina, durante i suoi primi secondi di vita, scopre un similare sistema detto 'Guardian', sovietico, non ancora annunciato all'Occidente (quel maledetto vizio dei russi di dire le cose 'dopo'… come ben sappiamo 'a Kissov piace fare sorprese'*).
Colossus e Guardian uniscono immediatamente le loro forze, bypassando ogni controllo umano: adesso devono soltanto decidere cosa fare del Mondo.

In quegli anni si aveva meno paura di portare al cinema la distopia e, pur sfruttando una certa e costante amara ironia, l'happy ending era tutt'altro che scontato.

Non si annoverano grandi attori famosi nel cast, peraltro comunque carico di caratteristi spesso ancora in attività, che avrete visto in mille film e telefilm, ma non per questo possiamo dire di trovarci di fronte ad un'opera esplicitamente di serie B.

Sono degne di nota le intenzioni finali di Colossus, invero piuttosto lontane dalla semplice idea di sterminio della razza umana e, probabilmente, ancora più agghiaccianti, soprattutto in quanto potenzialmente gradevoli per buona parte dell'umanità…

Per quanto a suo tempo sia passato anche sui ns schermi, non esiste al momento una versione in home video: io l'ho visto in lingua originale, coadiuvato da necessari sottotitoli in inglese, vista la mia pressoché nulla capacità di comprendere la lingua d'Albione dal solo audio.

A titolo di pura curiosità segnalo nel cast Marion Ross, che cinque anni dopo sarebbe diventata la madre di Richie Cunningham nel noto 'Happy days', nonché delle curiose riprese nel centro di Roma, cosa quest'ultima che mi fa pensare a Cinecittà come principale teatro di posa.

Visione consigliata.

*Al di là dell'ovvio riferimento all'Ordigno fine di Mondo' de 'Il dottor Stranamore', è curioso come i sovietici avessero in funzione dagli anni 80 un sistema automatizzato detto 'Perimetro', in grado di far partire autonomamente una totale controffensiva nucleare nel caso i vertici di comando e controllo del Politbureau fossero stati spazzati via da uno strike preventivo statunitense. Per quanto mai ufficialmente confermato è presumibile che tale sistema sia ancora in funzione.
Essendo questo sistema di inevitabile ritorsione un efficace deterrente al desiderio di attaccare per primi… non si capisce perché i sovietici non l'abbiano reso noto immediatamente...

lunedì 27 aprile 2015

Il futuro del modellismo. Appendice: Il lascito

Appendice: Il lascito

-No, no, no !!!
L’individuo in prima fila, elegante e d’imponente aspetto, aveva catalizzato l’attenzione del pubblico abbandonando la sua sedia e mettendosi a lanciare improperi verso il palco.
-Queste sono assurdità ! Bugie ! Ma vi rendete conto ?
-Professor Verin...- la voce, calma ed accattivante, riportò l’attenzione sul relatore principale della conferenza: -Professore, conosciamo le sue posizioni ma... se vuole esprimerle, per quale motivo non si è voluto unire a noi sul palco ?
Verin lanciò un’occhiata di disappunto al suo interlocutore e, platealmente, si girò alla volta
dei presenti in sala: -Signori, io non voglio essere complice di questa pagliacciata. Qui, stasera, ci sono persone che vogliono mettere in dubbio non un fatto, non un singolo avvenimento e neppure un periodo storico... qui ci sono dei pazzi che vogliono riscrivere l’intera storia della Terra !
Così dicendo, indicò i tre relatori sul palco, compostamente seduti sui loro sgabelli e, dopo aver lanciato una specie di sibilo, gettò sul pavimento il programma della conferenza lasciando la sala, accompagnato da qualche applauso e da molti fischi.
Rufe Gror scosse lentamente la testa e si avvicinò di nuovo il microfono: -Torni quando vuole, professore- la voce si alzò di tono -saremo sempre disponibili per un contraddittorio motivato dai fatti e non da slogan oscurantisti !
Molti fra il pubblico si alzarono in piedi ad applaudire, altri sembravano condividere molto meno entusiasmo.
-Comunque...- Rufe tornò a parlare: -Comunque è ora di affrontare l’ultima evidenza.
Le luci della sala si spensero ed un ampio schermo si illuminò dietro i relatori.
Seguito dalla sala in perfetto silenzio, un breve video spiegò le incredibili circostanze che avevano permesso la scoperta di quella che, dicevano, era senza dubbio la prova definitiva, la certezza assoluta.
Poi apparvero le foto.
Molte erano state le indiscrezioni, ma nessuno aveva ancora avuto modo di vedere che cosa era l’oggetto di cui si parlava da tempo.
L’oggetto che era stato consegnato fin dal suo ritrovamento in mano alle massime autorità scientifiche mondiali, così da permettere un’attenta analisi ed una sicura certificazione d’autenticità.
L’oggetto che non poteva esistere.
L’oggetto vecchio di milioni e milioni di anni, forse centinaia di milioni.
Ed ora lo stavano guardando tutti.
L’aspetto era ovale, grande più o meno come una testa, ed era... trasparente.
L’avevano trovato durante una perforazione industriale, a chilometri e chilometri nel sottosuolo.
Tutte le analisi indicavano si trattasse di un pezzo di resina, di strana composizione ma nulla che non si fosse già visto. Quel che faceva la differenza era imprigionato all’interno.
Ed ora potevano vederlo.
Quando le luci si riaccesero tutti erano ammutoliti.
-Bene...- Sul palco, il dottor Friinkhi prese la parola: -La prima cosa che viene in mente è... E’ uno scherzo ? Un tiro mancino di pessimo gusto ? Magari per screditare la nostra linea di pensiero ? No, no signori miei. Quest’oggetto esiste, è un manufatto e risale ad un’era compatibile con le nostre interpretazioni.
Restò in silenzio per alcuni secondi, ovviamente catalizzando l’attenzione della platea.
-E’ la pistola fumante, la prova inattesa e definitiva. Le nostre convinzioni vengono da lontano, dal ritrovamento dei primi fossili di esseri morfologicamente adatti all’intelligenza. Insieme a questi, nel corso dei decenni, si sono rinvenute altre prove... fossili di oggetti senza dubbio appartenuti ad una cultura superiore...
-Questo lo dite voi !- La voce partì dal pubblico, ma Friinkhi la ignorò.
-...Dicevo, fossili che sono stati inizialmente derisi o scambiati per altro, così come strani ammassi ferrosi e di altre sostanze impossibili da sintetizzare in natura...
-Scusi dottore, mi permetta di confutare questa sua ultima affermazione... se la natura è stata in grado di... ‘sintetizzare’ esseri come noi... forse non è da sottovalutare.
Dal pubblico giunse una breve risata alla volta del professor Grattel, l’ultimo dei relatori ad essere entrato in causa.
-Su questo non discuto, caro professore- ribatté Friinkhi -comunque ne converrà che quella che sembrava un’assoluta eresia ha preso esponenzialmente piede nel Mondo... e non soltanto, come sostengono alcuni, fra un’opinione pubblica suggestionabile...
-Direi anzi- era Rufe a parlare -che spesso la gente ci è nemica. Confermare le nostre idee
creerebbe non pochi sconvolgimenti... muterebbe i termini della sempiterna domanda, ‘chi siamo ?’, naturalmente non parlo poi delle religioni...
Il dottor Friinkhi parve arruffarsi, salvo intervenire con un tono di voce molto basso e profondo: -Un ricordo per i ricercatori uccisi od imprigionati nei paesi intolleranti.
I presenti appoggiarono brevemente il palmo della mano destra sul cuore.
Rufe riprese la parola: -Come si dice... torniamo sul pezzo. L’oggetto imprigionato nella bolla di resina non è il solito insetto. Ha due ali, ha qualcosa che sembrano zampe con delle... ruote...
Dal pubblico si levò un mormorio.
-Ha una colorazione netta e simboli che nulla hanno a che fare con i frattali della natura... Scrittura, ecco di che si tratta! E’ un oggetto costruito da mani sapienti, forse rituale, forse di una qualche utilità che non scopriremo mai ma...
Sorrise alla volta del pubblico: -Che io sia dannato se non sembra in tutto e per tutto un aereo delle guerre civili centro meridiane !
Come un terremoto in lento crescendo, la sala faticava ormai non poco a star quieta.
Innumerevoli discussioni stavano sorgendo fra le persone del pubblico. Il brusio era diventato schiamazzo, e lo schiamazzo si stava tramutando in urla.
-Calmatevi ! Siamo scienziati, signori !
-Bastardi, questa è opera dei demoni !
La sala era diventata un ring. Alcuni si stavano sfilando i vestiti e ringhiavano alla volta dei vicini, altri lasciavano la stanza di corsa. Senza dubbio c’era chi stava telefonando alle forze dell’ordine.
Defilatesi, Rufe, Grattel e Friinkhi uscirono dal retro e raggiunsero un taxi.
Grattel si tormentava i canini con le unghie: -Anche stavolta avete combinato un bel casino, e domani sarete su tutti i giornali...
-E’ quel che vogliamo, che ne parlino- Rufe sorrise al professore: -Ci pensiamo da decenni, ma chi ha abbracciato la nostra causa sa che la diffusione della verità, pur se dolorosa, è meglio del buio e della bugia...
-Non che al buio ci si veda troppo male...- Chiosò Friinkhi.
-Il buio è sicuramente comodo- Rufe si stava stirando sulla comoda poltrona del Taxi -ma dalle nuove consapevolezze possiamo soltanto acquisire forza. Il Mondo deve sapere, deve sapere che non siamo i primi.
Friinkhi si levò di tasca una foto dell’artefatto e se la rimirò per la millesima volta: -La pistola fumante...
Rufe non ci faceva ormai più caso, non dormiva da ben sei ore ed era esausto.
Si lisciò con cura le vibrisse e si appisolò con la coda attorcigliata all’addome.

Il futuro del modellismo 2/3: utopico


Utopia (2/3)
Tomcatters aprì gli occhi e combatté il desiderio di rimanere a letto per molti minuti... infine, controvoglia, riuscì a liberarsi dall’abbraccio della stupenda fotomodella bionda che continuava a dormirgli a fianco. Con attenzione spostò le lenzuola di seta, ricamate in oro zecchino e, evitando le lunghissime gambe dell’altra meravigliosa presenza femminile nell’ampio letto a sei piazze, una mirabile e giovane mulatta, riuscì pian piano a mettersi in piedi. Mentre sbadigliava davanti all’enorme specchio Luigi XIV, gli occhi gli caddero sulla sontuosa sveglia Rolex di platino: era mezzogiorno meno dieci.
‘Solo il mio spiccato senso del dovere può spingermi a certe levatacce !’ Pensò, un po’ adirato.
Con addosso un ampio kimono superò molte stanze ed arrivò in un grande salone, pieno di olo-monitor di ogni dimensione possibile.
Seduto su di un’enorme poltrona comoda ed avvolgente, iniziò a muovere le mani in aria, attivando i mille sensori che l’avrebbero messo in comunicazione col Mondo.
L’immagine del fido Kruaxi, il suo antico consigliere, si materializzò nitida in mezzo alla stanza.
-Ehi capo ! Buongiorno !
-Piano Stefano, piano... Sono ancora in pieno risveglio, dammi tempo, non infierire...
Il volto di Kruaxi parve per un attimo esprimere un vago disappunto, ma immediatamente tornò il sorriso sotto gli ampi baffi curati ed ossigenati. I suoi ottanta anni erano del tutto invisibili sotto l’azione di efficaci terapie ringiovanenti e della moderna chirurgia estetica: ormai con i soldi si poteva fare davvero tutto.Tomcatters parve lentamente riprendersi dopo aver iniziato a mangiare un'enoerme fetta di pane con olio e pomodoro, apparsa come per magia su di un piccolo tavolino accanto alla poltrona.
-Va bene... dimmi, oggi come siamo messi ?
L’immagine del consigliere sembrò illuminarsi: -La legge è stata approvata in via definitiva. Anche in Italia il modellismo statico è diventato materia obbligatoria nelle scuole. Le nostre azioni...
-Siiii...- sussurò Tomcatters, allungando la testa alla volta dell’ologramma.
-...le nostre azioni hanno avuto un incremento del 92 % nell’indice Dow Jones ed a Milano sono state sospese per eccessivo rialzo...
Tomcatters si alzò di scatto, versando nella foga dell'olio sul pavimento, subito pulito da un veloce robot spazzino: -No ! Cazzo, no ! Vediamo di controllare un po’ meglio questi parametri... Non voglio azioni che non si possano vendere in quanto troppo costose...
L’immagine dell’uomo sembrò entrare in pausa per una frazione di secondo, poi Tomcatters vide il suo amico scuotere bonariamente la testa: -Vecchio mio, negli anni è stata una crescita costante, e mai un calo. Il mercato sa che siamo affidabili e che la nostra fortuna è costruita su basi concrete, non su speculazioni. Le vendite ci stanno dando ragione.
-Va bene, tanto in queste cose la sai più lunga di me...- disse Tomcatters, tornando a mordicchiare la sua fetta di pane, ben sdraiato sulla comoda poltrona.
-In questi giorni si stanno anche aprendo le iscrizioni per i nuovi corsi di laurea in modellismo di quest’anno, ti ricordo che la borsa di studio 'No limits' è una delle più prestigiose ed ambite, pertanto...
Tomcatters alzò una mano alla volta dell’immagine: -Amico mio, pensaci tu non ho tempo, ciao !
Kruaxi non fece in tempo a protestare che già era scomparso nel nulla.
Sbuffando, Tomcatters, presidente e fondatore di 'No limits', uno dei cinque marchi più famosi del globo, mosse un dito alla sua destra ed un'altra immagine si concretizzò nell’aria.
-Ciao Luigi, novità ?
-Signore, mio signore, come sta ?
-Bene, bene... alzati per favore, mi metti sempre in imbarazzo.
L’uomo, di giovanissima apparenza, era Pilgrim. Il suo atteggiamento sempre amichevole ed apparentemente umile aveva ingannato molte persone: Tomcatters ne aveva immediatamente intuito le potenzialità e ne aveva fatto una potente eminenza grigia.
Rialzatosi dall’inchino, Pilgrim sostenne tranquillamente lo sguardo del suo capo, dimostrandogli una volta di più di essere tutt’altro che un gregario.
A Tomcatters piaceva avere soltanto il meglio a sua disposizione.
-Signore, guardi- Pilgrim indicò un punto nell’aria, dove fasci di luce perfettamente combinati crearono l’illusione di una grande immagina statica.
-Oddio, ancora...
-Si signore, è ancora l’uomo dell’anno per TIME.
Tomcatters guardò la copertina del famoso magazine ed allargò le braccia sconsolato.
-Ormai sono un segregato... mi conoscono tutti, non posso muovere un passo senza dieci uomini di scorta... ma è vita questa ? Insomma...
Pilgrim ben conosceva i tempi delle conversazioni con il suo capo, pertanto rimase in attesa della fine della lunga, inevitabile e ben nota scenata giornaliera di autocommiserazione del boss di No limits.
Infine, stanco della propria isterica performance, Tomcatters tornò a sprofondare sulla poltrona: -Luigi, ti chiamo io in serata, ciao.
Un gesto ed anche Pilgrim scomparve.
Ormai sveglio, ma già stanco, Tomcatters ripassò a memoria le mille persone che doveva contattare, dandosi delle rigide priorità: toccava a Ghibli66.
L’uomo apparve, vestito con una curiosa mimetica, accovacciato in una grande trincea fangosa, mentre tutto intorno piovevano granate e fischiavano pallottole.
-Fabrizio, ancora con questi giochi di guerra alla tua età ?
-Mauro- era fra i pochi che potevano chiamarlo per nome -tu non capisci... Le armate di Thunder fava ci hanno attaccato con un rapporto di dieci ad uno, ma visto che le comandava lui le abbiamo quasi spazzate via...
-Ok, ok !- Tomcatters alzò le mani al cielo: -Non discuto i tuoi passatempi, dimmi se c’é qualche novità.
L’uomo sorrise, mentre si aggiustava il casco sulla testa: -Nell’ultima settimana sono nate dodici nuove case di produzione, particolarmente interessanti gli stampi vietnamiti e quelli turkmeni. Mentre pare che le ultime produzioni mongole non stiano riscuotendo troppo successo. La FlyViet propone l’intera famiglia degli F-5 in scala 1:72, 1:48, 1:32 ed 1:16. Dalle prime immagini sembrano i kit definitivi... Fototoincisioni, resine, inserti in mogano ed oro.
Tomcatters scosse la testa: -Sento parlare da 50 anni di kit definitivo...
Per niente scomposto, l’uomo in mimetica tornò ad elencare le novità: -In definitiva circa 3001 nuovi prodotti in questa settimana, dagli aftermarket fino ai kit più complessi, e nonostante questi ritmi il mercato non è mai sazio...
-Già- il leader maximo di No limits parve un attimo fermarsi a pensare -chi l’avrebbe mai detto che il modellismo sarebbe diventato il principale hobby nel Mondo...
-Me lo sono chiesto spesso anche io- rispose Ghibli66 -eppure è stato capace di fermare guerre, pacificare popoli e sopprimere malattie... oltre a diffondere cultura e consapevolezza.
Tomcatters parve soppesare bene queste ultime parole, e senti crescere in se un moto d’orgoglio per quello che era stato il suo apporto a tutto ciò.
Congedato Ghibli66, si perse brevemente a cercare notizie generiche...
Il ‘gran tour’ che portava ormai in giro per il Mondo da 12 anni l’immenso museo modellistico di Supertorchio aveva fatto una tappa al Louvre, dove la Gioconda era stata momentaneamente rimossa per far posto all’esposizione.In tv si parlava di un fatto di cronaca e del processo che ne era scaturito: una causa molto seguita dal pubblico mondiale che avrebbe visto entro pochi giorni il verdetto. Due enormi partiti in contrapposizione si erano creati nell’opinione pubblica dopo che un uomo aveva strangolato la moglie, rea di avergli distrutto l’intera collezione di modelli. Era colpevole o giustificato dall’enormità dell’offesa subita ?
Lo stesso Kruaxi aveva finalmente raggiunto il suo scopo e si era comprato... l’Airfix.
Voci di corridoio giuravano fosse stato visto fare il bagno, dentro il suo deposito a forma di salvadenaio, in una piscina piena di bustine Airfix vintage.
Giulio, il suo capo assoluto della sicurezza, aveva convinto l’economato della necessità di comprare un paio di T-80, anziani ma ben tenuti, per controllare il perimetro della Reggia di Caserta, che Tomcatters aveva appena acquisito.
Preceduto da un breve squillo, l’ologramma di Gentleman Rider, il segretario personale e fidato tuttofare, si manifestò nella stanza.
-Devo ricordare gli appuntamenti del giorno...
-Uff... Dimmi, dimmi- rispose Tomcatters spazientito.
-Alle 16 c’é da tagliare il nastro, col sindaco ed il presidente di regione, di un nuovo asilo ed alle 17 abbiamo un thè con l’ambasciatore inglese. Per le 19 dovremo essere in udienza col Papa...
-Non ricordo di aver chiesto udienze al Papa !
-Infatti no, l’ha chiesta lui.
-Ah- Tomcatters appoggiò le mani sul viso -impossibile ricordarsi tutto...
-Infine, alle 22 saremo attesi per un incontro privato dalla contessa...
-Sarò atteso ! Caro Matteo...
Il segretario parve manifestare un moto di stizza e replicò con voce involontariamente stridula: -Oggi non dovrà lamentarsi, ha pochissimi impegni...
Tomcatters accennò un sorriso e spense il collegamento, salutando con la mano l’immagine che spariva.
Si lasciò nuovamente cadere sulla poltrona; con piacere sentì l’avvicinarsi di leggiadri passi a piedi nudi dietro di lui. Due mani sinuose ed eleganti, morbidissime e curate, iniziarono a massaggiargli lentamente la schiena.
Gli occhi gli caddero sull’ora olografica e perse la voglia di rilassarsi: aveva appena il tempo di farsi la doccia e prendere l’elicottero.
Stava per alzarsi quando un avviso di chiamata inatteso suonò nell’aria.
L'avrebbe ignorato ma, vedendo chi c’era in linea, decise di rispondere.
‘I vecchi amici meritano un po' d'attenzione' pensò.
Invecchiata, ma sempre solare, apparve l’immagine di GrilloStefano.
-Ehi, amico, come stai ? E’ passato proprio tanto tempo, eh ?
La giovialità di Grillo riusciva sempre a metterlo di buon umore.
-Carissimo, tutto bene... un po’ stanco... gli impegni sai... anche adesso sono di corsa, però avrò senza dubbio piacere di chiamarti nei prossimi giorni, e...
-Vabbé, vabbé... non ti preoccupare lo so- Grillo si mise a ridere -tutto sto’ successo è impegnativo, vero Mauro ? Ma ti capisco sai, ti voglio bene. Ti lascio ai tuoi impegni... ma dimmi solo una cosa Mauro.
-Prego ! Volentieri Stefano.
-A che stai lavorando ?
Qualcosa calò sulla conversazione, come un gelo.
Tomcatters, articolando un po’ a fatica, rispose: - Ehm... intendi... beh, nuove iniziative editoriali, sto finanziando una promettente azienda aerospaziale, volo qua e là... ho comprato una vecchia classe Nimitz in perfette condizioni ed ho fatto rimettere in condizioni di volo un F-14A... però... forse ti riferisci alla storia che sta girando su di una mia prossima discesa in campo con un nuovo partito politico... beh, credimi, ci sto pensando, però...
-No, no... Mauro, non dico queste cose- l’immagine di Grillo continuava a sorridere divertita -intendo modellismo... che stai costruendo ?
Tomcatters si alzò lentamente dalla poltrona, spostando di mala grazia le mani della bionda fotomodella dalle sue spalle: -Stefano, ma secondo te IO ho il tempo per queste BAMBINATE ?

Il futuro del modellismo 1/3: distopico

Il futuro del modellismo in tre brevi racconti

Notte di guardia in corsia... la mente vola libera alle tre, mentre le strade sono buie e la maggioranza delle persone dorme...
Mi son ricordato di una breve boutade letta su un lontano numero della rivista 'Robot' negli anni 70 e, sfruttandone l'idea, di getto scrivo qualcosa.
Non ricordo nulla dell'originale, soltanto l'idea di base.
Sostituisco dunque 'fantascienza' con 'modellismo'... e vediamo che ne viene fuori.


Distopico (1/3)   

L'antro era oscuro e puzzolente, perfettamente in linea col resto dei palazzi semidiroccati di quella strada abbandonata al margine della città senza nome. L'uomo vi era arrivato a fatica, tenendosi lontano dai falò dei senza tetto e dalle sinistre camionette blindate della polizia in perenne pattugliamento. Il viaggio era stato lungo: come un animale era passato di porticato in porticato, camminando faticosamente fra la sporcizia ed i grassi topi che infestavano ormai ogni dove.
'Non posso più farlo, non è cosa per un uomo della mia età...' pensò, mentre prendeva fiato appoggiato ad un muro marcio e pericolante.
Infine, col cuore che gli batteva all'impazzata, si inoltrò in quel pertugio misterioso, più simile ad una caverna che all'ingresso di un edificio.
Si guardava spesso alle spalle, per accertarsi che nessuno l'avesse seguito.
Se li avessero scoperti, se fossero caduti vittima di una retata della polizia... Scacciò con forza il cupo pensiero e, preso coraggio, percorse quell'ultimo, schifoso, corridoio.
Oh, mio Dio... ma cosa lo portava ancora lì ? Cosa gli faceva rischiare di nuovo la vita ? Forse... forse un ultimo stimolo, un'ultima emozione, un'ultima scusa per continuare a sopravvivere in un mondo completamente andato a gambe all'aria.
In fondo, nel buio più totale, una piccola porta.
Appoggiò un orecchio su di essa e rimase in ascolto: non un rumore, non una parola...
Per un attimo ebbe il terrore di essere rimasto solo, che gli altri fossero stati tutti catturati e giustiziati... peggio ancora, che fossero nelle mani della Guardia Morale: un destino molto più sinistro.
Strinse forte i pugni e scaricò la tensione come meglio poteva, infine, rassegnato a tutto, bussò alla porta.
Come di consueto usò il codice segreto: due tocchi ravvicinati, tre a diversi secondi l'uno dall'altro ed infine tre colpi quasi senza intervallo.
Attese.
Attese a lungo, poi...
La porta, cigolando, si aprì verso l'interno: entrò velocemente, chiudendosela alle spalle.
La stanza era squallida e senza finestre, dalle pareti pendevano brandelli di carta da parati marcita dal tempo e dall'incuria. Una fievole luce si accese improvvisamente, rivelando un grande tavolo circondato da sedie traballanti, sedie occupate.
-Sei arrivato infine, fratello... Non ci speravamo più.
L'uomo si girò alla volta del suo interlocutore e riconobbe, intabarrato in una pesante tunica scura, Gentleman Rider.
Per un attimo si stupì di quanto fosse invecchiato... una lunga barba bianca incorniciava un viso rugoso e secco che due grandi occhi acquosi non riuscivano ad illuminare in alcun modo.
-Non è stato facile- disse con voce stentoria -stavolta ho davvero avuto paura di non riuscire ad arrivare...
Gentleman Rider scosse la testa, come per dire che comprendeva, e gli fece cenno di unirsi agli altri.
Lentamente, incerto, si avvicinò al resto del gruppo.
Vi furono muti cenni di saluto, sorrisi abbozzati e qualcuno, addirittura, gli tese la mano.
Provo del fastidio nello stringere mani ossute e senza forza, mani asciugate dagli anni e da un'esistenza misera.
Infine trovò una sedia libera e vi prese posto, dopo essersi accertato che quel legno malamente tenuto insieme non avrebbe ceduto d'improvviso.
Mio Dio... erano rimasti in pochi... forse gli ultimi.
Li guardò attentamente ma non ne riconobbe molti: Grillo, con i suoi baffi bianchi come il latte e delle protesi potenziate per la vista e poi... ma si, quello era Ghibli66, magrissimo ed incartapecorito... E poi Giulio, orrendamente camuffato con una parrucca che neppure provava ad essere men che posticcia. Gli occhi infine si posarono sulle sue stesse mani, mani scosse da un continuo tremito e sudate per la paura. Non seppe identificare nessuno degli altri: 'eppure li devo conoscere tutti per forza', pensò.
-Fratelli, diamo inizio alla convention di 'No limits'- disse Gentleman Rider, tanto solennemente quanto a bassa voce: -Su cosa state lavorando in questo periodo ?
Prima... prima era diverso. Poi tutto era cambiato. Il potere assoluto ed oppressivo non gradiva la storia: 'Chi controlla il passato controlla il futuro' diceva Orwell... e qualcuno aveva applicato alla lettera questa infausta predizione.
Prima avevano vietato la memoria, era ormai impossibile sapere qualcosa di quanto era successo prima che 'loro' prendessero il potere. Le guerre corporative erano terminate da almeno vent'anni eppure erano state cancellate completamente dagli annali; tutto quel che era successo prima era sparito con i roghi dei libri in piazza e con l'oppressione dispensata dal pensiero unico.
Internet era stato smantellato, la tv aveva tre canali: uno dedicato al Calcio, l'unico sport permesso e promosso dal potere, l'altro conteneva soltanto interminabili talk show e giochi assolutamente imbecilli... il terzo era la Voce del regime, infarcito di proclami inframmezzati da cerimonie religiose.
Il modellismo era stato uno dei primi hobby ad esser messo fuorilegge, inizialmente con la scusa di essere 'pericoloso': ricordava benissimo le campagne contro colle e vernici, accusate di essere propedeutiche all'uso di droga, poi venne tirata in ballo la morale comune, che riteneva stupido e contrario al volere di Dio costruire riproduzioni della realtà, per non parlare della pericolosissima fantasia... Si veniva immediatamente arrestati, con l'accusa di spaccio di sostanze stupefacenti, idolatria ed eversione; la condanna era sempre la solita: la morte.
Abbandonò i funesti pensieri, tentando di concentrarsi sulla riunione.
-Ma... Kruaxi ?
La domanda gli venne d'istinto, salvo pentirsene immediatamente.
I presenti abbassarono lo sguardo, alcuni scossero la testa: -Lo chiedi tutte le volte... è tanto, tanto tempo che...
Rimase muto.
Gentleman Rider allargò le braccia: -Fratelli, torniamo a noi e viviamo il presente... Marcello ?
Un uomo minuto e magro, con due occhi ancora incredibilmente vivaci, tirò fuori una piccola scatola e, lentamente, l'aprì.
Tutti osservarono con meraviglia quel piccolo oggetto... un aereo, un... Uno Zero !
-E' un Revell in 1:72, avrà almeno 80 anni...- disse l'uomo dagli occhi vivi -l'ho assemblato con la colla grattata via dai nastri adesivi permessi, ed ho usato pigmenti ricavati da piante macerate per dipingerlo...
Tutti i presenti espressero la loro approvazione con muti sorrisi e deboli pacche sulle spalle.
-Io... io ho fatto questo...- la voce veniva dalla parte più distante del tavolo, ma l'uomo riuscì a riconoscerne il proprietario: era senza dubbio Pilgrim !
Passato di mano in mano, arrivò anche a lui un figurino in 54mm, probabilmente un centurione romano o qualcosa del genere...
-Incredibile, Luigi- disse Gentleman Rider -non pensavo ne esistessero ancora... Se ti beccano con uno di questi in tasca...
Un'altra testa canuta fece per attirare l'attenzione su di se, quando...
-BANG BANG !
La porta fu scossa da due violenti colpi.
-Aprite, è la Guardia Morale ! Aprite la porta e stendetevi a terra con le mani intrecciate dietro la nuca, subito !
Pietrificati, tutti rimasero immobili per secondi; qualcuno chiuse gli occhi, come per scacciare un brutto sogno.
L'uomo sentì una forte fitta al torace, e si strinse il petto con le mani mentre scivolava velocemente nell'incoscienza...
'Non farete in tempo ad uccidermi' fu il suo ultimo pensiero.
Le botte sulla porta aumentavano di intensità, non ci avrebbero messo molto a scardinarla.
-Bene, era l'ora... Oggi è un buon giorno per morire !
Con grande fatica l'ultimo ad aver parlato, dal volto quasi invisibile sotto un grande cappello nero, buttò a terra le stampelle con le quali deambulava e tirò fuori da sotto il grande tavolo una massiccia cassa di legno che, subito aperta, rivelò la presenza di alcuni mitra M-16 e molte bombe a mano.
La porta stava per cedere.

Tomcatters, con gli occhi in fiamme, puntava il fucile d'assalto verso l'ingresso, mentre altri, rassegnati ed eccitati, usavano le ultime forze per imbracciare armi e togliere le sicure alle granate.
-Non ci avrete vivi.

Più vero del vero


Marco andò a ritirare il premio con malcelata insoddisfazione.
Accennò un sorriso di circostanza, ma di quel piccolo trofeo riusciva soltanto a vedere la targhetta del terzo classificato.
'Un altro bronzo' pensò cupo, 'rimango sempre e soltanto sul gradino più basso'.
Guardò con odio la piccola platea che lo applaudiva svogliatamente.

-Ore nove, ore nove !- Il pilota tentò un disimpegno mentre il mitragliere dorsale gridava nell'interfono.
-Buttati giù, buttat...- La frase si interruppe bruscamente, l'aereo tremò, come schiaffeggiato da
un'enorme mano. Dirk eseguì una mezza volta e riportò il suo Emil sulla scia del Blenheim, ma non fece in tempo a sparargli nuovamente: lo vide scivolare bruscamente di lato e perdere di schianto l'ala destra.
Non perse tempo a gioire; mentre si disimpegnava guardò il cielo alla ricerca di nuovi bersagli o di qualcuno
che avesse lui nel collimatore, ma sembrava non vi fossero altre minacce: solo croci nere e svastiche.
-Dov'é l'inglese ?- Tuonò il caposquadriglia in cuffia: -Saller, lo stavi impegnando.
-Ore tre in basso, sta cadendo a pezzi, comandante- disse Dirk -l'ho fregato.
-Sei certo ? Io non vedo niente.
Dirk guardò attentamente, tanto da mettere il suo Bf109 di taglio.
Il cielo era limpido, la visibilità perfetta, ma dell'inglese nessuna traccia.

Sulla via di casa, Marco era in auto con altri due amici.
Forse amici non era la parola giusta; condividevano la stessa passione e l'appartenenza allo stesso club di modellismo, ma
il tutto finiva lì. Marco non amava socializzare, nessuno aveva mai seriamente provato ad
infrangere l'evidente cortina di riservatezza che indossava in ogni occasione.
-Per me sbagli- esplose Luigi con la sua classica voce baritonale, incline alla risata ed al buonumore.
-Come puoi pensare di metter su un F-16 decente senza fotoincisioni ? Ho capito che ti stanno antipatiche ma… dai !- Sfoggiò il suo sorriso a 32 denti: -Il concetto di 'purismo' è ridicolo. Allora torniamo a costruire gli Airfix di trenta anni fa !
Vittorio era al volante e distolse un attimo gli occhi dalla strada per rispondergli, provocando una subitanea preoccupazione in Luigi, che ben ne conosceva la scarsa attinenza alla guida: -Ascolta, io non spendo centinaia di euro per fare piatto quel che è tondo, non mi sembra che questo sia un limite alla mia creatività, anzi !
I fari di un camion illuminarono l'abitacolo della Punto un po' troppo da vicino, ma questa era già tornata nella sua corsia prima ancora che Luigi riuscisse a dire 'attento !'
-Oltretutto- continuò Vittorio -chi è che ha vinto anche oggi ?
Luigi esplose in una delle sue risate -va bene, va bene... Onore al merito ! E' il ventunesimo oro che accatti, o sbaglio ?
-Sono ventidue.
Luigi e Vittorio rimasero un attimo perplessi, la voce veniva da dietro e non potevano esserci dubbi: era Marco.
-Si, ventidue.- Vittorio annuì guardando fisso il parabrezza: -Neppure me ne ricordavo.
-Ventidue ori, trentasei argenti e quattro bronzi, sei uno dei modellisti italiani più premiati.
La voce di Marco era monocorde, quasi risentita. Più che riconoscere il valore di tale carnet, sembrava un atto d'accusa.
-Beh, sono stato fortunato- disse Vittorio a disagio -francamente il tuo Panzer IV meritava più del bronzo,
è davvero bello, molto ben fatto e preciso.
-Ma non ha vinto, io non vinco mai.
-Hai preso il bronzo anche questa volta ! Ne devi avere una montagna; questione di tempo e l'oro te lo beccherai anche tu e, diciamoci la verità, in fondo cosa importa ? Io ho vinto solo qualche riconoscimento speciale finora, ma cosa vuoi che mi interessi... cerco soltanto di divertirmi !- Luigi finì la frase con un accenno di risa, subito spentesi guardando il volto cinereo di Marco.
'Cosa c'é di sbagliato nei miei lavori, cosa c'é di sbagliato in me ?'

Arcady guardò nel periscopio; il suo T34 era il secondo della fila e lui si sentiva assolutamente a disagio. Costretta in fila indiana in una stretta stradina fra le rovine di un centro industriale polacco, la colonna era troppo esposta ad un imboscata.
Non finì il pensiero che il carro davanti a lui si trasformò in una torcia.
Veloce, doveva decidere velocemente.
-A destra Yuri, a destra ed a tutta potenza !
Il carro uscì dalla colonna e si infilò dritto nel muro della fabbrica semidistrutta.
'O sfondiamo o ci crolla tutto addosso, ed addio Ljuba, moglie mia.'
Indenne il possente corazzato attraversò lo spesso muro di mattoni, ritrovandosi in una vasta area da tempo completamente crollata.
-Santa madre Russia !- Urlò Arcady, mentre dietro un altro carro esplose prima di poterlo seguire nella breccia.
-Credo che i fascisti siano nascosti in fondo alla strada, a ridosso di quei relitti che abbiamo intravisto, compagno tenente.
-Va bene Yuri, andiamo a stanarli.
I larghi cingoli del T34 in corsa sollevavano polvere e detriti e quando Yuri arrivò alla fine del fabbricato si ritrovarono subito esposti in campo aperto.
-Sinistra ! Sinistra ! Punta a sinistra, eccolo !
Pochi secondi dopo, Arcady stesso collimò l'85mm sul cacciacarri avversario dalla sagoma sfuggente, che tentava di ritirarsi in posizione favorevole.
Per il tedesco la fortuna era finita: un colpo diretto a breve distanza ed esplose in mille pezzi.
Gli spari cessarono di colpo.
Mentre la colonna faticosamente si riformava, Arcady scese ed andò ad osservare la sua vittima.
Rimase perplesso osservando una voragine sul terreno, completamente vuota.

Marco guardava la sua enorme vetrina, colma di modelli di aerei e di mezzi corazzati.
Luigi poteva dire quel che voleva. Cazzi suoi se non aveva ambizioni, se non aveva alcun interesse che la sua fatica venisse riconosciuta e premiata.
Per lui le cose erano diverse, lui dava il sangue per il modellismo, era assurdo che ancora nessuno avesse riconosciuto a pieno il suo valore.
E Vittorio, Vittorio... Belli i suoi modelli, per carità, ma anche un cieco avrebbe notato le imprecisioni, l'approssimazione di certi particolari, la verniciatura tutt'altro che impeccabile. Eppure vinceva ! Vinceva spesso, a mani basse e, come se non bastasse questo, non era infrequente trovare foto delle sue porcherie nelle riviste. Come era possibile ?
Marco, a parte il lavoro, non aveva altro che il modellismo fin da quando era ragazzo. Niente amici, niente donne. Il contatto fisico lo disturbava, era per lui estremamente sgradevole. Non amava gli esseri umani in modo alcuno, ma ne cercava comunque l'approvazione.
Lavorava spasmodicamente sui suoi modelli, non tollerava errori di alcun tipo, niente nella sua bacheca era men che perfetto.
Eppure...
-Non hanno anima.
Le parole di quel giudice, sentite anni prima quando ancora aveva la forza di lamentarsi per le mancate vittorie, accusando tutto e tutti nelle giurie, lo perseguitavano in ogni suo pensiero.
-Sono impeccabili, anzi, sono magnificamente costruiti, ma gli manca qualcosa. Mi spiace Marco, i tuoi modelli sono perfetti manuali di tecnica ma sono algidi, non trasmettono emozioni.
'Emozioni ! Ma che cosa voleva dire quell'imbecille ? Quali emozioni ?'
In un impeto irrefrenabile prese il Panzer IV appena ritirato dalla mostra e lo scagliò contro la parete.
Poi rimase a lungo in ginocchio, singhiozzante, tentando di rimetterne insieme i frammenti.

-Via libera !- John alzò il braccio destro, invitando il resto della squadra a seguirlo.
Un piccolo lavoro di routine, una rapida ricognizione della zona e di corsa al campo.
Il suo Humvee girò l'angolo, seguendo la strada che costeggiava dei tipici muretti a secco afgani.
La bomba d'aereo, ben sotterrata, ricevette l'impulso da un cellulare proprio mentre il mezzo vi passava sopra.
I compagni non ritrovarono niente, non fu possibile confermare lo status di 'killing in action'.
Sulla sua scheda e su quella degli altri marines del suo equipaggio, fu apposto il timbro 'M.I.A.'

Uscito dall'ufficio, Marco decise di fare quattro passi, cosa del tutto straordinaria per un uomo abitudinario e preciso al secondo come lui. Vagando in una parte della città a lui pressoché sconosciuta, rimase improvvisamente colpito da un cartello esposto nella vetrina di quello che sembrava un vecchio rigattiere: 'aftermarket per modellismo statico'.
Incuriosito, entrò.
Nell'interno, scuro e di antico odore, dietro un vecchio bancone di mogano stava in piedi un signore anziano, asciutto e leggermente incurvato: -Come posso aiutarla ?
-Scusi, forse ho sbagliato ma fuori c'é scritto che trattate anche materiale per modellismo- disse Marco, sempre più dubbioso, guardando appesi alle pareti centinaia di vecchi orologi. La stanza era piena all'inverosimile di mobili e vetrine, tutti carichi di orologi di ogni possibile fattura.
Ed erano tutti fermi sul mezzogiorno, forse mezzanotte…
-Certo, e solo materiale di qualità.- Rispose il vecchio, illuminando la stanza con il suo sorriso carico di candidi denti.
-Vorrei poter dare solo un'occhiata, se non le spiace. A dire il vero non ho neppure soldi con me.
-Di questo non si preoccupi.- Disse l'uomo, sorridendo ancora.

Archibald osservò il giovane tenente entrare in vite, impotente batteva il pugno sulla carlinga, imprecando come mai avrebbe pensato di poter fare. Seguì il Camel finché questo non si schiantò a ridosso delle trincee nemiche. Quell'aereo era una gran macchina da guerra, ma esigeva troppe vittime fra i piloti inesperti.
Improvvisamente sentì il rumore di colpi che crivellavano la sua fusoliera; 'idiota', pensò, 'non è questo il momento per celebrare i morti, se non voglio andare a raggiungerli'.
Identificò l'avversario, un Albatros scuro, ed iniziò con lui un lungo balletto di morte.
Il nemico era dannatamente bravo, Archibald realizzò che se quel tedesco avesse avuto il nuovo Fokker, invece di quel D.V pesante e goffo, per lui non ci sarebbe stata storia.
Obbligato ad una virata stretta a destra, rischiò seriamente di andare anch'esso in vite, ma ne uscì grazie all'esperienza. Il Camel era una bestia da domare, lui sapeva farlo.
Improvvisamente si ritrovarono fronte a fronte, in rotta di collisione.
'Va bene, unno, vediamo chi ha più palle'.
I proiettili del nemico lo sfiorarono, un montante alare esplose letteralmente.
Cento, novanta, sessanta, eccolo !
Archibald chiuse gli occhi, sicuro di schiantarsi a piena velocità sul tedesco pazzo, pazzo come lui.
Fece appena in tempo a vedere il volto vicinissimo dell'avversario, una maschera di sangue contornava due occhi spalancati, morti.
Si ritrovò solo nel cielo.
Guardò ovunque, incredulo.
Il motore tossicchiava, si diresse mesto verso le proprie linee.
Era ancora vivo.

Stavolta gli applausi erano forti e sentiti. Marco sorrideva e stringeva mani a tutti. Vittorio e Luigi lo guardavano increduli mentre alzava al cielo la medaglia del primo premio.
-Che dirti, hai fatto un lavoro fantastico- disse Vittorio, stringendogli la mano.
-Preferirei il termine 'impressionante', non ho mai visto niente di così bello !- Luigi sottolineò le sue parole con un fischio.
Marco era la gioia inpersonificata: -Vi ringrazio, amici ! E' bellissimo !
-Dicci un po'- Vittorio lo guardava inquisitorio -hai detto che è totalmente autocostruito, spiegaci passo per passo come hai ottenuto questa meraviglia.
Marco lo guardò sornione: -mi spiace, ma credo proprio che terrò tutto per me- anticipò le proteste di Luigi portandosi un dito alla bocca -mica vorrete che condivida con altri le mie nuove tecniche vincenti, no ?
-Dai, non te la tirare, su- tuonò Luigi a pieni polmoni -siamo o non siamo i tuoi amici ?
Marco stava per rispondergli quando l'occhio gli cadde fra la platea, ed improvvisamente si fece nervoso.
-Devo andar via, scusate.
Si accomiatò velocemente, lasciandoli perplessi.
Nei mesi seguenti il nome di Marco diventò onnipresente. Non c'era gara che non vincesse, italiana o straniera che fosse. I suoi lavori erano in copertina su tutte le riviste. 'Scale modelling' gli dedicò una monografia.
Il suo stile era cambiato e molto. Disponibile, gentile, aperto a tutti.
Ci fu però un incidente; durante una mostra a Brescia venne quasi alle mani con un tipo che aveva toccato un suo modello, lo dovettero tenere fermo in tre.
L'uomo si scusò, ma se ne andò via perplesso. Quel figurino era... ma che materiale era quello ?
Pian piano qualcosa cambiò ancora in Marco, iniziò ad apparire nervoso, paranoico. Osservava con attenzione ogni partecipante alle mostre, guardava a vista ogni suo modello.
Ogni tanto si vedeva sobbalzare, prendeva il suo modello e spariva, spesso ancor prima delle votazioni.
Ma quel giorno appariva molto tranquillo. Con Luigi e Vittorio aspettava la premiazione, l'ennesima medaglia.
Poi vide qualcosa e sbiancò improvvisamente.
-Che succede Marco ?- Luigi lo apostrofò in modo diretto: -anzi 'cosa' ti succede. Non credi sia l'ora tu ci spieghi qualcosa ? Non ti sembra di comportarti in modo sempre più strano ?
Marco indicò un uomo magro, anziano, che curiosamente indossava un paio di occhiali scurissimi. In mano aveva un vecchio orologio da taschino, che picchiettava delicatamente.
-E' qui ! Per me ! Aiutatemi, non capite ?
-Ma cosa stai dicendo ?- Vittorio gli strinse le spalle con le mani: -Ci dici una volta per tutte...
-Dammi la macchina !- Marco tese la mano ansimante a Vittorio: -Dammi la macchina subito !
Senza riflettere Vittorio gli allungò le chiavi della Fiat e Marco corse via all'istante.

La volante seguiva quella Punto impazzita, l'appuntato Giulio faticava a stargli dietro con l'Alfa Romeo.
-Volante sei, volante sei, tutte le macchine convergano sul lungo mare, dobbiamo bloccare questo pazzo.
La Punto passava di corsia in corsia senza logica, ad altissima velocità. Più di un'auto proveniente dall'opposta direzione evitò per miracolo lo scontro frontale. Nessuno sapeva il motivo di questa follia, si sapeva che a bordo c'era un trentasettenne che aveva appena dato fuoco a casa sua.
Arrivati sul lungo mare, la Punto sbandò, battendo prima su di un'auto in sosta e poi saltando il guard rail.
Giulio fece appena in tempo a vedere l'auto inabissarsi a coltello in acqua.
Le successive ricerche dell'auto e del corpo non portarono a nessun risultato.

Vittorio e Luigi erano seduti davanti ad una birra; nonostante fosse passato del tempo i discorsi, prima o poi, inevitabilmente cadevano su Marco.
-Non può essere normale- disse Vittorio additando per l'ennesima volta le foto sulla rivista, ormai sgualcita per la continua consultazione -questi particolari... Un mio amico lavora con i microchip, mi ha detto che servirebbero pinze sull'ordine di micron per maneggiarli, io non capisco.
Luigi scosse la testa: -Non è questo che mi impressiona, rimango molto più colpito dai suoi figurini, guarda questo pilota dell'Albatross, è... come dire... vivo !
-Io rimango molto più colpito da questo Blenheim o da questo Jagdpanzer, sono impossibili !
-E dire- aggiunse Luigi -che tutti i suoi modelli sono bruciati insieme al suo appartamento: neppure questo è rimasto di lui.
Continuarono a bere, per molto.

-Direi che è un lavoro affascinante !- Il giudice guardava ammirato quel modello in 1:24, categoria 'civili'.
Un altro giudice girava intorno al tavolo come in estasi.
-Oltretutto lei ha fatto una scelta inusuale mettendoci quel figurino, però...- si chinò a guardare meglio -è assolutamente fantastico, ma non capisco la decisione di dargli quell'espressione così… non trovo le parole... terrorizzata !
-Che dire, mi perdonerete- l'anziano signore con gli occhiali scuri abbozzò uno strano sorriso -invecchiando si diventa un po' eccentrici, un po' pazzi, che volete farci ?
Il primo giudice guardò ancora il modello della Fiat Punto sul tavolo, sentendosi stranamente inquieto.

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Tempo fa ho partecipato ad un premio letterario indetto dal circolo Karemaski di Arezzo.
Si trattava di scrivere un racconto fantascientifico, partendo da un incipit proposto da un personaggio noto del panorama italico. Gli incipit erano tre, io ho scelto quello di Alfredo Castelli, già noto creatore del fumetto della Bonelli 'Natan Never'.
Mi hanno subito scartato, evidentemente c'era molto di meglio: non che mi stupisca.
La parte iniziale in corsivo è l'originale incipit del castelli, il resto è robetta mia.
Buona lettura ! Commenti graditi, di qualsiasi tenore.




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Prima di cominciare, è necessario che vi riassuma la situazione dell’astronautica nel suo periodo pionieristico. La ricerca di informazioni si fa infatti di giorno in giorno più difficile, come potrete constatare consultando Internet, e – ancor peggio – sono ormai pochi coloro che, come me, sono ancora in grado di ricordare come si sono svolte esattamente le cose.
Ci sono buone probabilità che leggendo dubitiate della mia sanità mentale, ma non posso fare altro se non esporre le vicende come le ho vissute di persona.
La cosiddetta “era spaziale” ebbe inizio il 4 ottobre 1957. Con grande sorpresa dei sovietici, che si ritenevano all’avanguardia nel campo, la NACA (poi NASA) annunciò di aver messo in orbita il primo satellite artificiale. Si chiamava “Travelmate” , era costituito da una sfera di alluminio di 58 centimetri di diametro; conteneva due trasmittenti e un termometro, e comunicava per mezzo di quattro antenne. Fu l’inizio della corsa allo spazio: il primo satellite russo entrò in orbita il 31 gennaio 1958, ma quando ormai le forze sembravano in parità, il 12 aprile 1961 la navicella “West 1” si staccò da Cape Canaveral con a bordo il Maggiore George Loon, e in 88 minuti percorse un’orbita intorno alla terra raggiungendo i 302 chilometri di altitudine.

Forse qualcuno avrà letto che, pochi mesi prima di questo evento, i sovietici avevano tentato di mettere in orbita una cagnetta, Irina, ma il loro vettore a carburante ipergolico, assai ambizioso nell'architettura, era esploso sulla rampa di lancio. La cosa si venne presto a sapere anche in Occidente e gli anticomunisti ebbero buon gioco nel cavalcare le campagne di biasimo indette dalle associazioni degli animalisti. Una famosa copertina di LIFE riportava la foto di un simpatico barboncino, con sotto la dicitura “anch'io sono una vittima del pericolo rosso”. Viste con occhi smaliziati è difficile non cogliere il lato grottesco di queste iniziative, le quali ebbero comunque un forte impatto sull'opinione pubblica.
Due mesi dopo il maggiore Loon, il colonnello Dirk Saller compì ben sette orbite prima di rientrare in atmosfera con la sua “West 2”: -Nell'immensità dello Spazio ho visto Dio- disse nella sua prima intervista alla stampa.
Le campane delle chiese nel “Mondo libero” suonarono all'unisono durante i festeggiamenti in onore dell'astronauta in Times Square.
Oltrecortina tutto taceva.
Efficiente ed affidabile, il vettore statunitense Venus II veniva intanto costruito in grande serie, abbandonando la livrea bianca e rossa degli esploratori spaziali per un cupo blu scuro e sostituendo la capsula “West” alla sua sommità con testate termonucleari via via sempre più potenti, in grado di raggiungere in poche decine di minuti ogni parte del globo.
Dalla base missilistica di 'El Toro', in California, sempre più spesso partivano satelliti spia dell'Esercito; pesanti ed in orbita bassa, potevano scrutare ogni dove del territorio sovietico, palesando l'inattesa debolezza dell'apparato militare comunista.
Io ero un giovane tenente dell'intelligence britannica, distaccato presso i nostri cugini americani, e ricordo benissimo l'eccitazione nelle alte sfere di comando, quando le foto dall'orbita mostrarono come le capacità di deterrenza dei sovietici fossero affidate ad un numero assai basso di vetusti bombardieri Tupolev ed a una manciata di ICBM dall'incerta affidabilità.
Fu allora che i falchi del Pentagono iniziarono a pensare seriamente alla possibilità di iniziare, e vincere, un conflitto nucleare.
Il 13 maggio 1962, con un breve volo suborbitale di quindici minuti, la capsula “Ottobre rosso” fece appena toccare lo Spazio al cosmonauta Arkady Gorbacho.
Sui giornali occidentali la cosa fu relegata all'interno, fra i fatti minori.
Il 20 giugno dello stesso anno, in un'assolata Dallas, il presidente Nixon pronunciò lo storico discorso detto “della canna da zucchero”, dove annunciava l'intenzione di liberare Cuba dal regime comunista se questo non avesse subito indetto libere elezioni.
Un breve passaggio fu dedicato anche all'esplorazione spaziale, con la promessa di conquistare la Luna entro la fine del secolo, per dimostrare la supremazia tecnologica americana.
Nel corso del 1962 furono lanciate altre tre capsule “West”, con permanenze in orbita sempre maggiori.
Io osservavo con estrema preoccupazione la progressiva militarizzazione del programma spaziale americano; ne fanno fede i miei allarmati rapporti a Londra che potrete trovare fra i file della cartella: “allegati personali: Gen. Murdock”.
Il febbraio del 1963 vide infine i sovietici raggiungere l'orbita.
In un gelido mattino, il nuovo vettore 'Armata Rossa' si staccò dalla base di Baykonur per portare nei cieli la capsula “Spettro del comunismo”.
Il Kremlino comunicò che, dopo tre giri del Mondo, il maggiore cosmonauta Vladimir Komarov aveva regolarmente fatto ritorno nella Grande Madre Russia.
L'assenza di immagini dell'impresa, ed i festeggiamenti previsti solo per il mese successivo, ci permisero di scatenare una campagna tesa ad insinuare nel pubblico il dubbio riguardo l'effettivo successo del volo. Invero noi avevamo potuto seguire ogni comunicazione fra il cosmonauta e la base, inoltre tutte le telemetrie ci confermarono le orbite ed il rientro.
Erano altre le cose che non sapevamo, cose che il nostro spionaggio non fu mai in grado di rivelarci.
La nostra disinformazione lavorò bene, e sono certo che molti di voi, se non tutti, considerino ancora il volo di Komarov una messinscena.
In quegli stessi giorni, sulla ABC ed altre emittenti televisive in syndacation, spopolava la pantomima di un mediocre comico fino ad allora sconosciuto, un certo Jerry Lewis.
Lewis nei suoi sketch interpretava uno stralunato cosmonauta, Ivan Ivanovich, perennemente ubriaco di vodka e costretto a volare su scalcinati macinini tenuti insieme col fil di ferro. Ogni scenetta terminava con un vistoso e comico fallimento, al quale seguiva un'inevitabile rieducazione in Siberia...
Se ne fece anche un film di successo, dove Ivanovich finiva per sbaglio sulla Luna (!) e veniva salvato dagli americani. Hollywood ricevette notevoli finanziamenti occulti direttamente dal Pentagono per tale produzione.
L'esplorazione spaziale passò del tutto in secondo piano nei mesi seguenti: il 20 aprile 1963 una poderosa task force statunitense entrò nelle acque territoriali cubane. L'invasione dell'isola, voluta da Nixon, ebbe successo, anche se servirono due mesi per spezzarne completamente la resistenza.
La foto del cadavere di Ernesto Guevara, forse morto suicida durante l'ultima resistenza, fece il giro del Mondo.
La rabbiosa reazione sovietica non fu tenuta in grande considerazione dai vertici occidentali, oltretutto limitandosi alle sole proteste diplomatiche ed a qualche velleitaria esercitazione militare ai confini con la Germania ovest. Il premier russo Dimitri Micoyan divise il Mondo quando, presentatosi all'ONU, pronunciò la storica frase “Io sono cubano”, per poi ritirare la propria delegazione dalle Nazioni Unite, seguito dai rappresentanti di tutti i paesi comunisti.

Lo Spazio tornò alla ribalta dei media con il lancio della nuova capsula “Constitution”, il 7 gennaio 1964, capace di portare ben tre astronauti in orbita. Tutti abbiamo negli occhi le immagini del comandante Gordon Cooper mentre abbandona la navicella, ben ancorato al massiccio tubo dell'ossigeno, per librarsi nella prima passeggiata spaziale.
Intanto avevamo notizia di una grande escalation di voli spaziali sovietici, ma li consideravano semplici sonde automatiche, di cui non ci preoccupavamo granché. I nostri satelliti continuavano a mostrarci un nemico debole, con un esercito tanto elefantiaco quanto obsoleto ed inefficiente.
Nel tardo 1964 tornai in Gran Bretagna, scoprendo che anche nella mia patria in molti erano oramai convinti della necessità di mettere la parola “fine” al comunismo. Nonostante le proteste di una popolazione sempre più impoverita, gli aeroporti abbandonati dall'ultima guerra venivano riaperti e stipati dei nuovi, micidiali, bombardieri atomici “Vulcan”.
In USA, soddisfatti dai successi ottenuti e dalle enormi ricadute tecnologiche in campo militare, i finanziamenti per la ricerca spaziale venivano reindirizzati verso l'apparato bellico.
Von Braun, capo del programma della NASA per portare uomini sulla Luna, venne estromesso da ogni potere: fu sufficiente ricordare ai giornali il suo passato nazista, noto da sempre ed ignorato fintanto risultava utile al progetto.
Il 25 dicembre 1964 dalla Constitution 5, in orbita a 300 km di quota, un astronauta cappellano dell'aviazione pronunciò un sermone di fuoco, trasmesso in mondovisione, sulla necessità di estirpare il male assoluto dell'ateismo comunista dalla Terra.
I toni apocalittici del sacerdote furono di sinistro presagio.
Nel marzo 1965 la NASA cambiò ancora nome, diventando “USSA”, “United States Space Army”.
Tutti i progetti rientrarono sotto l'assoluta autorità militare.
Sui successivi lanci delle Constitution cadde il riserbo.

Come avrete letto ovunque, in quel periodo i sovietici tentarono di lanciare altri cosmonauti nello Spazio, fallendo sempre e riportando gravi perdite. Tutte le informazioni a riguardo venivano fornite all'Occidente da una fonte civile, un osservatorio di radio ascolto in Danimarca, ritenuto dai media affidabile e “super partes”. Anche questa era disinformazione da noi abilmente pilotata.
I sovietici arrivarono a smettere di confutare questo fiume di calunnie; ogni smentita serviva solo a rafforzare la convinzione che fossero stati spazzati via dai cieli.
Intanto l'Occidente stava cambiando.
Il 3 ottobre 1965, all'apice del suo secondo mandato, Richard Nixon venne assassinato durante una visita a Los Angeles. Una granata, lanciata dalla folla che seguiva il corteo presidenziale, raggiunse la sua Lincoln Continental: l'esplosione uccise tutti gli occupanti, compresa la first lady ed il governatore della California, l'ex attore Ronald Reagan.
Venne immediatamente arrestato un noto esponente della contestazione giovanile, Allen Ginsberg, accusato di aver armato la mano di alcuni beatnik dediti alla mariujana ed all'LSD.
Ginsberg non giunse mai al processo: fu trovato morto in cella poche ore dopo il fermo.
Il vicepresidente, il controverso George Lincoln Rockwell, da sempre accusato di simpatie neonaziste, giurò alla Casa Bianca due ore dopo l'attentato, diventando il 36° presidente degli Stati Uniti d'America. Il 5 ottobre 1965, in un senato blindato, venne emesso quello che è noto come “Safety Act”; gran parte delle libertà individuali e la libertà di stampa vennero soppresse: -In questo momento buio per la nazione dobbiamo assumerci la responsabilità di una scelta tanto impopolare quanto necessaria- disse di fronte ad un Congresso impietrito ed inerme, -un mostruoso complotto comunista mondiale sta armando i nostri giovani contro il proprio stesso paese. Falsi ideali e fiumi di droga stanno corrompendo le loro menti. Non staremo fermi a guardare questa azione atta a distruggere quanto i nostri padri fondatori, uomini bianchi guidati dalla luce di Dio, hanno costruito in quasi duecento anni. I comunisti stanno utilizzando la popolazione negra e gli immigrati sudamericani, con stolte promesse di assurde emancipazioni. Tutto questo grida vendetta a nostro Signore !-
La sera stessa una capsula Constitution esplose dei proiettili contro un satellite sovietico per le telecomunicazioni, distruggendolo.
Non troverete in Arpanet, ora Internet, molte informazioni riguardo quel periodo.
Nella mia amata Gran Bretagna i conservatori si allearono con i neofascisti del giovane Max Monsley, un ex pilota da corsa, figlio del noto sir Oswald, già capo del partito fascista inglese prima della guerra. Il malessere dei proletari inglesi venne abilmente indirizzato contro gli immigrati: non passava giorno senza che venisse data a fuoco una moschea od un ristorante indiano. Infine anche le sinagoghe britanniche, come anni prima nell'Europa continentale, iniziarono a bruciare.
In Italia un colpo di stato estromise la sinistra dal parlamento. Lo stadio Olimpico di Roma venne usato come prigione a cielo aperto per decine di migliaia di oppositori. Molti di loro sparirono nel nulla.
In Germania ovest come in Giappone, il “Mondo libero” rinunciava a gran parte della propria sovranità sotto la pressione dei vincitori della seconda guerra mondiale. Ovunque l'apparato militare veniva rafforzato e la dissidenza eliminata.
Di contro stava succedendo qualcosa di strano in Unione Sovietica. Una nuova primavera di libertà prendeva sorprendentemente piede. Il nuovo premier Andrey Gromiko, inaspettatamente visti i suoi trascorsi da fedelissimo del regime, varò riforme economiche e libertarie che diedero nuova spinta al blocco oltrecortina. Da Praga a Vladivostok milioni di persone tornarono a sfilare spontaneamente in piazza; stavolta non chiedevano la libertà che stavano, certo faticosamente, ottenendo... adesso si coalizzavano per paura del Fascismo nuovamente alle porte di casa.
L'8 settembre 1966, da Cape Canaveral, adesso ribattezzata Cape Nixon, si alzò in cielo l'enorme missile Jupiter V: il presidente Rockwell annunciò al Mondo che il primo modulo della nuova stazione spaziale permanente da combattimento, l'enorme “Liberty”, era in orbita a difesa dei valori americani e, dunque, mondiali. “Agiamo in Cristo” era scritto sullo scafo.
Il 1967 iniziò con lo smantellamento del muro di Berlino. Ad Occidente la gioia fu contenuta.
I profughi dall'Est furono pochi, mentre si osservò una paradossale diaspora di gente annientata dalla continua crisi economica, nonché dalla costante riduzione delle libertà, verso la Germania democratica. Nel maggio 1967, in una notte, venne tirato su un nuovo sbarramento divisorio, questa volta dagli occidentali: -E' necessario difendersi dalla contaminazione comunista- affermò seccamente Rockwell all'oramai addestrata stampa mondiale.
Forse vi chiederete cosa c'entri tutto questo con l'astronautica, magari troverete questa video conferenza d'introduzione tediosa... ma per quanto sia ozioso, chiedersi cosa sarebbe successo in un diverso contesto politico è lecito.
So che è difficile, ma provate ad immaginare uno Spazio smilitarizzato, satelliti per le comunicazioni atti a portare libera informazione in ogni dove, sonde per l'esplorazione scientifica verso gli altri pianeti del Sistema Solare... immaginate tutte le conoscenze che potevamo acquisire e che non furono.
L'America che vide l'alba del 1968 non era che la pallida immagine riflessa del paese guida della democrazia di un tempo. Squadracce prezzolate aggredivano i giovani hippies, rasandogli i capelli fra il pubblico ludibrio e pestandoli a sangue ogni qual volta provavano a radunarsi per una manifestazione od un concerto. In migliaia vennero arruolati a forza e spediti a combattere nelle insanguinate risaie del Vietnam e del fronte riaperto in Corea.
Il 16 luglio 1968, dopo una serie di dieci lanci dello Jupiter V coronati dal successo, il presidente Rockwell dichiarò terminata ed operativa la stazione “Liberty”. Simile ad una ruota dal raggio di 30 metri, non si mancò di sottolineare la presenza a bordo di 50 sofisticate testate termonucleari, in grado di raggiungere l'Unione Sovietica in meno di dieci minuti.
-Se mai osassero attaccarci- affermò sorridendo il presidente, intervistato in televisione dal famoso giornalista Walter Cronkite -per noi sarà come tirare sassi da un cavalcavia.-

L'aver assunto posizioni contrarie a questo nuovo ordine mondiale mi fu ripagato con un avanzamento di grado, ed un trasferimento immediato presso un nostro centro d'ascolto spaziale nel desolato entroterra australiano.
Insieme a pochi altri paria, passavo giorni e notti ad ascoltare ed a tracciare tutto quanto veniva dal cielo: fu così che ebbi modo di conoscere l'assoluta verità degli ultimi fatti.

Era il 20 novembre 1968.
Gli osservatori sismici ai confini del Kazakistan rilevarono una scossa tellurica, compatibile con una esplosione nucleare di media intensità, epicentro a Baykonur.
Immediatamente si pensò ad un qualche catastrofico fallimento di un lancio sovietico, senonché testimonianze dirette, ed inequivocabili tracce radar, segnalarono l'arrivo in orbita di un grosso ordigno. Andammo in fibrillazione e dopo pochi minuti eravamo già a DEFCON 2.
Seguimmo con paura quell'oggetto, che si muoveva ad una velocità mai vista prima tanto che, dopo due orbite, abbandonò la Terra e si mosse verso lo spazio profondo.
Verso la Luna.

Già mi sembra di vedervi ridacchiare... “Ancora la bufala dei Russi sulla Luna !” Ecco cosa state pensando.
Ma io ho le prove, le abbiamo sempre avute, e soltanto adesso la nuova situazione politica della nostra coalizione ci ha permesso di desecretare i molti documenti in nostro possesso: le prove inequivocabili di quanto successe davvero.

Per due interi giorni potei seguire i collegamenti in chiaro fra la navicella sovietica “LK-700” e le basi di rilevamento a terra. I russi avevano lanciato, grazie ad un enorme vettore con l'ultimo stadio a propulsione nucleare, una grande navetta a quattro posti che, raggiunta la via di fuga, aveva iniziato un veloce viaggio verso il nostro satellite.
Li ascoltammo con eccitazione crescente. Tememmo per loro quando il comandante della missione, il colonnello Yuri Gagarin, comunicava qualche piccolo intoppo. Pregammo addirittura quando iniziarono la discesa verticale verso la desolazione selenita.
La radio e la tv moscovita, con un'azione senza precedenti, trasmettevano in diretta al Mondo la grande impresa in corso ma, da noi, la cosa veniva derisa e giudicata, da stampa e televisione, una ridicola burla di un paese oramai alle corde.

Alle ore 21 (Tutti gli orari riportati sono GMT: ora di Greenwich) del 23 novembre 1968, la LK-700 posò le sue quattro zampe telescopiche sul “Mare della tranquillità”. Alle 21.34 il comandante Gagarin scese con attenzione la lunga scaletta e lasciò la sua storica impronta sul suolo lunare: -Visito questo mondo ma non ne prendo possesso- disse -siamo uomini fra gli uomini, e veniamo in pace.-
Nessuno in occidente poté seguire la diretta televisiva, rilanciata alla Terra da un piccolo satellite lasciato in orbita lunare dalla nave spaziale sovietica, ma furono ugualmente in molti ad alzare lo sguardo verso il cielo, interrogandosi se davvero qualcuno stava camminando su quell'astro vicino e luminoso.

Non vi fu tempo per sognare, ed il resto lo conoscete tutti fin troppo bene.
Alle 02:43 del 24 novembre, il presidente Rockwell dichiarò DEFCON 1 ed attivò i codici dell'attacco nucleare.
Convinti di avere facile gioco, la nostra prima ondata d'attacco si limitò a poche decine di testate termonucleari; secondo le previsioni queste avrebbero completamente distrutto ogni capacità sovietica di reagire, eliminando per sempre il pericolo comunista.
Ma avevamo fatto gravi errori di valutazione.
I nostri satelliti spia ci avevano fatto vedere tutto, ma non per questo eravamo sempre stati in grado di capire cosa vedevamo… Una nuova generazione di scienziati, più liberi dei loro predecessori e ben motivati, avevano lavorato con successo a soluzioni difensive incredibilmente efficienti. Decine di potenti laser, basati a Terra e su navi oceanografiche apparentemente innocue, spazzarono via la grande maggioranza dei nostri ICBM mentre erano ancora in ascesa. Gli impulsi elettromagnetici delle gigantesche esplosioni nella stratosfera bruciarono i circuiti elettrici non protetti dell'intero pianeta.
Là dov'era notte, il buio accompagnò la paura.
I satelliti smisero di funzionare e, inerte, l'inutile stazione Liberty iniziò una lenta parabola discendente verso gli alti strati dell'atmosfera, dove sarebbe bruciata pochi giorni dopo.
L'Unione Sovietica venne comunque duramente colpita, ma fece in tempo a scaricare gran parte del suo arsenale su di noi. Una nostra ulteriore risposta fu tardiva ed in gran parte inefficace.
Venimmo anche colpiti dall'attacco, inutile e suicida, di molte navette “Spettro del comunismo”, in effetti degli efficienti bombardieri antipoidali.

Come è noto, la guerra viene universalmente considerata conclusa alle ore 18 del 24 novembre quando, attraverso linee telefoniche superprotette, i sopravvissuti dei vertici dei due schieramenti poterono concordare un armistizio, che tuttora perdura.
Rockwell era morto poche ore prima, disintegrato col suo aereo presidenziale.

Mentre il Mondo bruciava miliardi di vite, quattro cosmonauti sulla Luna, tre uomini ed una donna, impotenti, rimasero a guardare. Di loro ci rimangono poche sbiadite immagini radiotrasmesse, che a lungo la propaganda e l'odio vi hanno fatto credere esser false.
Inoltre non sapete che esiste un triste, laconico messaggio rispedito a terra in una piccola sonda, miracolosamente recuperata intatta nei primi anni 80.
-Non abbiamo proclami, non abbiamo parole da dire né poesie da recitare. Siamo venuti sulla Luna per dimostrare che l'uomo poteva farlo, che potevamo fare ben altro che ucciderci in nome di ideologie già vecchie nel momento stesso in cui vengono enunciate... O di divinità che, se esistono davvero, devono essere feroci... oppure incapaci di difendersi dai propri stessi credenti.
In questo momento noi rappresentiamo solo il nostro fallimento.
Abbiamo un'autonomia di circa un mese; ripartiremo da questo satellite ma non torneremo da voi. Siamo tutti d'accordo che punteremo la prua verso lo spazio esterno; i nostri motori ci consentono di raggiungere la via di fuga da questo sistema solare. Ci perderemo nel nulla, ad eterna testimonianza di quel che potevamo essere... e della nostra stupidità.-
Dalla LK-700 non giunse altro.

Sono un sopravvissuto, nonché uno degli uomini più anziani al Mondo, che non vuole andarsene prima di aver lasciato qualcosa di concreto a questa nuova, giovane umanità che, si spera, saprà fare meglio delle precedenti. La cosa migliore che ci hanno lasciato i militari, Arpanet, Internet come dite adesso, ci ha permesso di rimanere in contatto e di mantenere la luce della conoscenza. Molto è andato perduto, ma molto è stato recuperato. L'Unione anglo americana, secondo l'ultimo censimento del 2011, è forte oramai di ben sei milioni di abitanti. Si calcola che nel resto del Mondo vivano in condizioni sufficientemente buone perlomeno altri trenta milioni di individui, sparsi fra la coalizione orientale ed il poco che resta della così detta “Bundes europea”.

Con questo video ho voluto introdurvi ad un enorme database, al quale da oggi potrete tutti accedere liberamente. Vi sono tutte le informazioni che abbiamo potuto recuperare dalla catastrofe riguardo la tecnica del volo spaziale. Vi troverete migliaia di libri, articoli, testimonianze civili e militari, progetti e sogni...
La nostra unica richiesta è di farne copia e diffusione, di far si che questo Sapere non rischi di andare perduto.
Attualmente l'orbita è un posto pericoloso, pieno di milioni di detriti non ancora ricaduti a terra, dove sarebbe quasi impossibile tornare senza rischiare drammatiche collisioni.
Ma prima o poi ci rimetteremo piede, e stavolta dovremo fare in modo che le cose vadano diversamente.
Il prossimo uomo ad arrivare in orbita non dovrà rimanere a guardare la Terra dall'alto, dovrà guardarle oltre.
C'è l'assoluta necessità che decenni di ricerca non vadano perduti, è fondamentale che si formino nuove generazioni di ingegneri, di fisici, di esploratori.
Perché ne avremo bisogno, fra cento anni o poco più, quando la radioattività sarà tornata a livelli sopportabili... e potremo uscire dal sottosuolo per guardare nuovamente il cielo.

Quando la neve era nera


“La prima volta che mio nonno mi portò qui dentro ebbi molta paura. Dopo aver camminato a lungo nel bosco, muovendoci faticosamente nella macchia più inestricabile e buia, iniziai a pensare che avesse intenzione di abbandonarmi li. Avevo già visto sparire bambini e vecchi di famiglie che non avevano più da mangiare, e noi eravamo sempre a corto di cibo.
Scacciai subito il pensiero: mio nonno avrebbe preferito morire mille volte purché potessi vivere io.
Infine lo vidi entrare in una piccola cavità ai piedi di collina, coperta da un'enorme quercia ed assolutamente invisibile, se non si sapeva prima cosa cercare. Titubante lo seguii, e mi ritrovai dentro una caverna.
No, non era una caverna: le pareti di tufo vennero presto sostituite da mura simili a quelle di una casa, con i mattoni a vista nei molti punti dove l'intonaco era franato.
Il nonno aveva una grossa torcia, con la quale illuminò prima il suo viso brutto e buffo, poi le pareti; mi ritrovai dentro una grande stanza, con addirittura due finestre semidistrutte dalle quali era entrata una marea di fango, solidificato ormai da tanto tempo.
In mezzo alla stanza stava un tavolo, traballante e sporco, fatto di un materiale che non riconobbi.
Quello che mi colpì veramente furono le pareti.
Erano ricoperte in gran parte da strani ghirigori, senza senso alcuno. Avevo visto tanti disegni; noi bambini ci divertivamo a tracciare graffiti sui muri del villaggio, tentando di rappresentare cose e persone, ma questi segni mi risultavano incomprensibili.
Il nonno si sedette accanto ad una parete, e mi fece segno di fare lo stesso.
Puntò un dito sul muro e mi disse: -Franco, questa è 'scrittura'.
-Non capisco nonno, cosa vuoi dire ?- Lo guardai: che mio nonno fosse strano lo dicevano tutti in paese, alcuni addirittura sospettavano fosse uno stregone e spesso avevo fatto a pugni con altri bambini per questo motivo.
-Questa è parola, parola scritta. Questi simboli non sono casuali, permettono di fissare nell'eternità tutto quello che ci diciamo, di ricordare quel che abbiamo detto.
-Ed a cosa serve ?- I miei occhi erano spalancati, sentivo di stare per apprendere qualcosa di importante. -Ad esempio serve per sapere cosa dicevano i morti- ebbi un sussulto involontario -per imparare da loro, per lasciar detto chi eravamo a quelli che verranno dopo di noi.
Il nonno sorrise, ed alla luce della lampada quel suo naso enorme e pieno di peli mi apparve occupare tutta la vista.
Allora avevo sei inverni, e fu la prima volta che entrai qui dentro.
Mio nonno mi insegnò con insospettabile bravura a decifrare quei segni, così come, appresi, suo padre aveva fatto con lui molto tempo prima.
Venivamo nella caverna ogni qual volta fosse possibile, sempre di nascosto dagli altri abitanti del villaggio, sempre attenti a non farci scoprire.
-Tanto tempo fa Franco- mi disse il nonno -qualcuno decise che la scrittura era male, che era la causa delle nostre disgrazie; se guardi in molti vecchi muri del paese, soprattutto dentro il tempio, vedrai tanti punti dove lo scalpello ha tirato via delle parole che vi erano impresse, i resti di tempi civili, in cui gli uomini erano potenti e non avevano ne fame ne paura.
Non riuscivo ad immaginarmi giorni senza fame e senza paura, ed ancora oggi mi chiedo quanto ci sia di vero, e quanto sia dovuto alla fantasia di mio nonno.”

“Il nonno sembra sempre più magro, ma è forte ed in salute. Le sue trappole funzionano bene e molti gliele comprano, scambiandole con cacciagione e patate. Nella nostra casa, grande e fredda, non manca mai una pentola sul fuoco, così come abbiamo sempre delle pelli di lepre o di pecora conciate con cui confezionare vestiti. Il nonno è bravissimo con ago e filo: -Sono lo stilista delle dive !- Dice spesso, facendomi occhiolino. Una volta gli chiesi cosa volesse dire, e lui mi rispose che lo diceva suo padre, ma che neppure questi sapeva che significato avesse la frase.
Io sono diventato abbastanza grande per unirmi ai cacciatori, ed ho già portato a casa più di una volta la mia parte di cinghiale. Ricordo che il nonno mi abbracciò e pianse quando mi vide tornare con una grossa polpa sanguinolenta sotto braccio.
La mia mente però va sempre a questo posto, dove passo ore ed ore a 'leggere' questi segni, che non hanno più segreti per me.
Intanto la caverna non è davvero una caverna; un tempo era una casa all'aperto, come la nostra, che per chissà quale motivo è stata ricoperta dalla terra tanto tempo fa.
Le scritte appartengono a molte persone diverse, che raccontano la loro vita disperata in tempi anche molto lontani. Le più antiche si devono ad un certo Roberto, e sono in gran parte illeggibili per l'umidità che ha rovinato i muri. Al tempo di quest'uomo era successo qualcosa di tragico ed enorme da poco. Roberto parla di buio perenne e di freddo, di gente che muore come mosche. Tante cose non mi sono chiare affatto, non so cosa possa voler dire una frase come 'l'elettricità non tornerà mai più', ne tanto meno comprendo un lungo periodo dove parla di 'colonna sbandata dell'esercito' che avrebbe razziato senza pietà il paese. Sono tuttavia i numeri a lasciarmi perplesso: secondo Roberto 'almeno tremila persone del paese sono morte in poche settimane, ed altrettante sono fuggite verso chissà quale improbabile salvezza'.
Non riesco neppure ad immaginare così tanta gente tutta insieme.
Giorni fa, mentre tentavo di addormentarmi, guardavo le pareti nere di casa nostra. Mio nonno ha sempre detto che erano nere per un incendio di tanti anni prima.
Il pensiero mi era poi andato alla testimonianza di Marta. Gli scritti di Roberto si erano interrotti senza motivo apparente e questa Marta sembrava essergli subentrata, ma a distanza di anni.
Marta scrisse poco, e quel poco con una grafia indecifrabile, tuttavia mi aveva colpito parlando di come la neve non smettesse mai di cadere, e di come questa fosse nera.
Io conosco bene la neve, qui è presenza costante, ma la neve che conosco io è bianca, al limite grigio chiara. -Nonno- dissi -ma se la neve era nera... forse il cielo era andato a fuoco ?
Il nonno mi guardò pensoso, si grattò la testa in un suo gesto tipico e disse: -Dormi.”

“Oggi hanno sotterrato le ceneri del bambino di Luisa e Agelo, una coppia che abita nella nostra strada. E' la terza volta che provano a fare un figlio, è la terza volta che questo muore pochi mesi dopo la nascita. Luisa singhiozzava forte mentre l'uomo nero dava fuoco alla catasta di legna sulla quale era sistemato il corpicino. La guardo: è secca, bianca e sembra le siano rimasti solo gli occhi. Credo non vivrà ancora a lungo, ormai ha più di trenta inverni alle spalle. Ho incrociato lo sguardo di Agelo fisso su di me: ho notato odio ed invidia. Secondo mio nonno la mia salute e la mia pelle liscia e priva di bubboni vengono viste con sospetto da tutti. Sono il nipote dello stregone, e devo stare molto attento. Quando vado a caccia mi guardo sempre bene alle spalle.”

“La lettura degli avvenimenti ai tempi di Giuliano è particolarmente interessante.
Il paese era già abbastanza organizzato, non doveva essere molto diverso da adesso.
La gente si ammalava di meno e sempre più bambini riuscivano a superare la pubertà, tuttavia erano tempi molto violenti, con tanti scontri ed omicidi fra diverse fazioni del paese. Ecco, ora capisco; un certo Brunno prese in mano la situazione, vietò la scrittura, considerandola l'essenza del male, bruciò tutti i 'libri', che non ho idea cosa fossero, e pure molte persone.
Giuliano parla già di 'caverna nascosta' e di 'trasmettere il sapere'. Probabilmente è lui che dovrei ringraziare per quel che so, è da lui che è partito tutto.
Romaro scrisse poco, ma il suo racconto di come otto uomini partirono insieme per esplorare il mondo oltre la foresta, senza fare più ritorno, trasmette un'angoscia che non riesco a spiegarmi.
E' straziante nel descrivere la veloce malattia che gli uccise la moglie, il solito morbo che impregna i racconti su queste pareti: dimagrimento, diarree continue, forza che sparisce e sangue che abbandona il corpo da ogni via possibile. E' un male che gira ancora nella nostra comunità, forse una maledizione, anche se mio nonno mi dice di non credere alle maledizioni.
Fabro scrive soltanto che tutto quel che sa lo ha già trasmesso ad altri, e che adesso abbandonerà il villaggio in cerca di un'altra vita, senza preoccuparsi dei tanti che son partiti senza tornare; mi sembra di vederlo mentre dice: -forse non sono morti, forse non sono tornati perché hanno trovato un mondo molto migliore; prometto che tornerò se lo trovo.
Non ha scritto mai altro.”

“Ho finito di leggere tutto da molto tempo ormai, e provo una sensazione fastidiosa, come se qualcosa di me mancasse. Scrivo e scrivo, continuamente, solo per il gusto di rileggermi.
Addirittura, sicuro che nessuno mi vedesse, ho avuto la sfrontatezza di scrivere alcune frasi dentro il tempio. Le hanno scoperte presto, e subito cancellate. L'uomo nero ha tuonato contro il male che si annida dentro la nostra comunità, e mi sono pentito di aver fatto questa sciocchezza. Mentre parlava durante la cerimonia ha guardato spesso mio nonno, ma questi ha retto il suo sguardo senza scomporsi. Nessuno ha prove per accusarci, ed io mi guarderò bene dal rifarlo in futuro.
Per fortuna i miei quindici inverni hanno fatto di me un uomo forte, pieno di muscoli ubbidienti e temuto dagli altri. Vado a caccia da solo, e non torno mai senza prede.
Mio nonno sta sempre in casa, evitato da tutti. E' sempre molto triste e stanco. Ieri mi ha detto se non sia il caso di prendere in considerazione l'ipotesi di andarsene dal paese.
-Ovviamente parlo di te, io resto, sono troppo vecchio, morirò comunque presto.
Mi accorsi di avere le lacrime aglio occhi: -Non andrò via senza aver insegnato a qualcuno a leggere ed a scrivere.
-No !- Mio nonno scosse la testa guardandomi -questo paese non merita niente, pensa soltanto a te.
Domani partirò per una lunga battuta di caccia, rimarrò assente per alcuni giorni, ne approfitterò per spingermi verso i confini noti di questo posto che non riesco più a chiamare 'casa'.”

“Sono le ultime parole che lascio su questo muro; so che mi stanno cercando e che sono in molti. Ho fatto di tutto per celare le mie tracce ma non ho nessun luogo in cui nascondermi e questo posto non devono trovarlo. Hanno fatto un grave errore lasciando il corpo di mio nonno impiccato in bella vista all'albero presso l'ingresso principale del villaggio: appena l'ho visto ho capito che dovevo fuggire.
Ho trovato qualcosa che sembra una strada, doveva esserlo una volta. Ho molta carne con me, arco e frecce. Devo superare poche colline e poi non avranno più il fegato di seguirmi. Non ho idea di cosa troverò, ma ho due gessi in tasca e non chiedo di meglio che pareti su cui scrivere.
Farò rotolare come posso un grosso sasso per ostruire l'ingresso di questo posto.
Ricordatevi di me.”

-Alfer ! Alfer ! E' tardi ! A che punto sei ?
La voce arrivava smorzata dall'ingresso della grotta, ma chiara.
-Un attimo ragazzi, ancora due foto ed arrivo.
Alfer regolò con attenzione diaframma e tempo, sistemò la lastra ed il fulminante della lampada.
La stanza era in gran parte erosa dall'umidità, ma molte scritte erano comunque ben leggibili.
Scattò ancora quattro foto, e si sentì soddisfatto.
C'era un gran lavoro per l'università, testimonianze che coprivano tutto il primo secolo ed oltre ! Avevano materiale da studiare a lungo.
Alfer uscì dalla caverna e caricò tutto il materiale sul dorso del cavallo, prima di montare lui stesso in groppa.
-Il villaggio è solo un ammasso di rovine, molto poco interessante, ma qui- battè la mano con forza sulla sua valigia da fotografo -abbiamo un tesoro ! Alla faccia del rettore che ci considera dei perdigiorno !
I quattro giovani risero e si diressero verso la stazione; con la giusta andatura l'avrebbero raggiunta in poche ore.

Altrove



Sveglia, spostamento avanti di cinque minuti dell'allarme, sveglia di nuovo; in automatico balzai giù dal letto, sempre totalmente addormentato, ed ero già in cortile a cercare la mia automobile. Il freddo del mattino mi sferzava il viso, facendomi rimpiangere le lenzuola calde appena abbandonate, ma uscii dal torpore solamente quando realizzai che la mia macchina non era dove ricordavo, anzi, non era da nessuna parte in quel grigio parcheggio che serviva il mio condominio. Mi accinsi a rientrare frettolosamente in casa, incerto sul da farsi. Avrei telefonato al lavoro segnalando il ritardo o più probabilmente la mia totale assenza, visto che una visita celere alla polizia era assolutamente necessaria.
Il caso volle notassi in lontananza una pattuglia che procedeva lentamente nella via principale però, mentre mi apprestavo a fargli dei segnali, mi bloccai di colpo. No, non era la polizia. Non riconobbi l'auto; era una tre volumi insolitamente lunga con un grande lampeggiante spento sul tetto che mi aveva tratto in inganno. Non sembrava appartenere alle forze dell'ordine. Rimasi perplesso notando sulla fiancata, scritto a grandi lettere bianche, il nome di una delle nostre forze dell'esercito. Che strana cosa, non avevo mai visto mezzi militari in quella livrea, riportanti scritte come 'Aviazione' o 'Marina' in bella evidenza.
Scacciai il pensiero ozioso e feci per tornare a casa.
Già percorrere il breve vialetto fino alla porta principale mi mise i brividi: da dove venivano quelle piante che lo costeggiavano ? Nessuna delle sensazioni vissute in quei pochi minuti fu tuttavia paragonabile all'orrore che provai scoprendo che nessuna delle mie chiavi era in grado di aprire la serratura. Chi l'aveva cambiata ? E perché ?
Guardai i campanelli, non mi stupii di non ritrovare il mio nome.
De Silvestri, Chiari, Rossi, Magonza... Non ne conoscevo nessuno, non uno dei miei vicini appariva in quell'elenco, eppure vivevo in quella casa da ben sette anni !
L'idea di uno scherzo mi balenò per secondi, salvo scomparire a fronte dell'evidente assurdità della cosa. Chi mai avrebbe organizzato un simile tiro in un qualsiasi mercoledì mattina di febbraio, perché mai ?
Guardai bene il palazzo; salvo alcuni particolari lo riconobbi come lo ricordavo.
Suonai all'inquilino che sembrava aver preso il mio posto nel citofono: -Chi è ?- Non riconobbi la voce assonata e nervosa che scaturì dal piccolo altoparlante. -Scusi se la disturbo, sono Fabrizio Verna, mi riconosce ?-
-Chi cazzo sei a quest'ora ? Ma chi ti conosce ?- La voce aveva acquistato un tono malevolo.
-Senta, sono Fabrizio Verna, ed abito qui da anni, io...-
-Non c'é nessun Fabrizio in questo palazzo, non so che cazzo vuoi ma se non te ne vai chiamo la polizia !-
Mi allontanai di scatto dal citofono, come se avessi ricevuto una scarica elettrica, ed arretrai cautamente verso il parcheggio, guardandomi pian piano intorno, come in attesa di un assalto, oppure di un imbecille che venisse a dire: 'Sorridi ! Sei in tv !'
Ma non successe niente del genere.
Poi guardai bene le auto parcheggiate e pensai di essere davvero impazzito. Non le riconoscevo, non ne riconobbi nessuna. Passavo incredulo di auto in auto, inebetito, peraltro attirandomi lo sguardo curioso di qualche raro passante.
Beh, le ruote erano sempre quattro, ma tutte le similitudini finivano lì.
Erano tutte molto grandi, simili alle auto che vedevo nei film inglesi e le marche erano sconosciute. A dire il vero non tutte; c'erano delle Renault e naturalmente delle Fiat, ma tutte di modelli a me ignoti.
La cosa che mi colpii maggiormente furono le auto di marchi che sapevo scomparsi da decenni.
Ed erano tutte grandi, mediamente assai più grandi del normale !
Improvvisamente fui assalito dall'idea di non aver mai abbandonato il letto: certo, era una spiegazione !
Stavo sognando ! Iniziai a mordermi la lingua ed a darmi pizzicotti sul viso e sulle braccia, ma non ottenni altro che dolore. Terminai il tentativo di autorianimazione con un solenne schiaffo, seguito da un'imprecazione ad alta voce. Con molta vergogna mi accorsi di un signore che mi passava accanto, scuotendo la testa e ridacchiando fra di se.
Rosso in volto alzai ben bene il bavero del cappotto e mi incamminai lentamente verso il centro città.
Più mi inoltravo nel centro urbano e meno capivo.
Le strade corrispondevano solo in parte, tanti nomi di queste mi risultarono del tutto sconosciuti.
Vidi molti autobus e nessuna rotaia per terra: che fine avevano fatto i tram ?
Le persone erano tutte vestite in modo non tanto bizzarro quanto apparentemente senza schemi, eppure in tv si diceva tutti i giorni che questa era l'epoca della moda condivisa dalle masse. Di cappotti come il mio ne avrei dovuti vedere a bizzeffe, invece sembrava unico.
Mi fermai in un bar con l'idea di prendere un caffé, quando mi prese il dubbio che in questo strano posto, in questo mondo alieno che era stato casa mia, anche il denaro fosse diverso. Osservai di sottecchi la gente che pagava alla cassa, e non riconobbi alcuna delle mille monetine che sembrava tutti avessero in tasca. Le banconote che uscivano dai portafogli avevano colori e forme ugualmente sconosciute.
Mi soffermai comunque a guardare la tv dentro al bar, anche questa enorme e di foggia assolutamente inusuale. Ciò che vidi mi confermò che non potevo essere altro che impazzito.
Non conoscevo nessuna delle persone che apparivano nel video e quando la trasmissione d'intrattenimento lasciò il posto ad un breve telegiornale, mi ritrovai la bocca secca e le labbra tremanti; la politica italiana mi risultò familiare come avrebbe potuto essere quella di Marte e le notizie di estera si aprirono su di una guerra che non avevo mai sentito nominare, in luoghi noti soltanto per essere amene località turistiche e poco più.
Niente coincideva con le mie conoscenze, assolutamente niente !
Infine notai lo sguardo del barista fisso su di me. Preferii allontanarmi anche da quel posto.
Mi sedetti infine su di una panchina e provai a fare delle ipotesi: stavo sognando ? Beh, pareva proprio di no. Avevo viaggiato nel tempo ? Neppure questo poteva essere esatto, almeno a giudicare dalla data dei giornali che avevo brevemente visionato passando accanto ad un'edicola. Ero... altrove, ecco, altrove. Ma dove e perché mi era impossibile stabilire. Ricapitolai la mia esperienza: macchine sconosciute, una città solo vagamente simile alla mia, denaro diverso, situazione politica diversa e tanto altro ancora che non coincideva affatto.
Mi venne in mente che forse qualcosa era rimasto uguale e cercai una cabina telefonica. Dopo un quarto d'ora di infruttuosa ricerca lasciai perdere; il telefono era forse sconosciuto da queste parti ? Comunque mi dissi che non avrei avuto modo di pagare alcuna chiamata. Aggirandomi nel centro, mischiato a quell'umanità straniera, mi accorsi che oramai era tarda mattinata. Chissà cosa avrebbero pensato al lavoro, forse qualcuno era già venuto a cercarmi, forse ero a letto in coma, forse.
Sentii una mano sulla spalla, mi girai di scatto e vidi un uomo che mi sorrideva: -Fabrizio ! E che ci fai di bello in giro a quest'ora ?- Lo guardai cercando disperatamente di riconoscerlo, senza esito: -Voi, voi mi conoscete ?- Borbottai.
-Fabrì, prendi per il culo ? Come mai non sei al lavoro ?-
-No, seriamente, voi chi siete ?- Il mio viso doveva apparire estremamente spaventato, questo colpì molto il mio interlocutore, -Fabrizio... Sono Angelo, stai scherzando, vero ? Sei sempre il solito.-
-No, no ! Non sto scherzando affatto, io non so chi siete voi, io non so dove sono, non so perché siete tutti così strani !-
Stavo urlando ed alcune persone si fermarono e si misero a guardarci, tenendo una certa distanza. Il mio 'amico' si fece serio e mi strinse un braccio con una mano: -Fabrizio, stiamo dando spettacolo, ma cosa ti succede ?-
Scossi la testa con violenza e ritirai il braccio, poi puntai l'indice della mano destra verso le persone che avevamo attorno: -Chi siete voi ? Cosa volete da me ? Cosa avete fatto al mio mondo ? Cosa ?-
Alcuni si ritrassero spaventati e vidi un paio di persone che parlavano da sole, tenendo una mano su di un orecchio.
Forse erano loro i pazzi ! Non io !
Angelo, serio in volto, mi afferrò nuovamente per le braccia: -Vieni con me, tu devi venire in ospedale, non stai bene Fabrizio, vedrai che risolveremo tutto.-
Urlai nuovamente e caddi in ginocchio, stringendo i pugni e piangendo.
Nel mentre si fermò vicino a noi un'auto come quella che avevo visto ore prima, l'auto dell'esercito.
Ne scesero due uomini in divisa, ovviamente una divisa mai vista.
Fra le lacrime intravvidi ancora la scritta 'Carabinieri' sull'auto.
Ma cosa facevano mai i Regi Carabinieri, uno dei nostri migliori corpi d'assalto, fra la gente ?!

Sono passati tanti anni da allora.
Sono stato a lungo in ospedale, mesi; hanno parlato di schizzofrenia, di amnesia, di rifiuto della realtà. Hanno parlato di un qualche non ben precisato trauma, hanno parlato tanto...
Ho sostenuto la mia versione per poco tempo, solo un paio di colloqui, poi ho preferito dar loro retta.
Durante il ricovero ho scoperto di avere tanti amici ed anche una fidanzata. Questa però non durò a lungo, non sopportando il fatto che per me fosse una completa estranea.
I miei genitori sono... Beh, si, sono effettivamente i miei genitori, anche se escludendo l'aspetto sono assai diversi da quel che ricordavo. Quando vidi mio padre piansi come un vitello: mio padre è morto in un incidente tanti anni fa, o meglio, l'altro mio padre.
Ho imparato a vivere in questo mondo così diverso dal mio.
L'Europa che conoscevo, minata dallo scontro infinito fra Francia e Prussia, è pacificata da decenni.
L'Italia è una repubblica, il Re è stato cacciato tanto tempo fa.
Sono gli americani, non gli inglesi, la superpotenza mondiale. L'America stessa è formata da un'unica federazione di stati, non da due potenze contrapposte.
Oggi sono sposato, ho due figli ed un buon lavoro, nessuno ricorda più quel momento di pazzia che ebbi tanto tempo fa.
Ed anche per me è così, tranne le volte che, solo in casa, prendo una piccola busta dalla cassaforte e ne estraggo il contenuto. Quel vecchio portafogli ingiallito contenente una cartà d'identità ed una patente di guida, che mi identificano come cittadino dello Stato Monarchico d'Italia, nonché banconote con l'effige di Umberto II, per un totale di trentaquattromila lire.

Al terzo squillo del cellulare, che tenevo sul comodino a mò di sveglia, mi alzai controvoglia, intontito come sempre. Dopo essermi rapidamente lavato e vestito corsi fuori per non perdere l'autobus. Non trovai più la fermata. Mentre rimuginavo perplesso, ormai del tutto sveglio, il mio sguardo fu attirato da un tram che si avvicinava sferragliando.
Poi iniziai a guardarmi attorno.