Un altro mio raccontino...

Li vedemmo spuntare dalla curva. In
testa una vecchia jeep armata di mitragliatrice pesante e dietro
alcuni camion, inframmezzati da un paio di tecniche. Aspettammo di
vedere la fine del convoglio: nessun blindato, nessun pezzo
pesante.
Pazzi, pazzi incoscienti ed arroganti.
Gli automezzi
erano troppo vicini fra loro; forse pensavano di apparire come un
inespugnabile treno corazzato, invece erano soltanto molto più
vulnerabili.
Ce li trovammo praticamente tutti esposti al nostro
tiro, impegnati lentamente in due stretti tornanti in discesa. Un
bersaglio perfetto.
Le nostre MG iniziarono a sputare fuoco senza
soluzione di continuità, tranne per i rapidi secondi del cambio
canna, mentre gli RPG sganciavano razzi sul convoglio senza
risparmio.
La bassa foschia dell'autunno inoltrato ci aveva reso
indistinguibili dai greppi non più curati che spesso invadevano il
tratto stradale, aprendosi ampi varchi nel grigio smunto ormai in
debito di asfalto.
Gli automezzi, tutti verniciati di quel verde
pallido che ben conoscevamo, presero fuoco uno dopo l'altro; i
miliziani che saltavano giù dai teloni in fiamme non facevano in
tempo ad usare le loro armi prima di essere falciati. Il raro sibilo
di qualche proiettile di Beretta molto sopra di noi, il breve
gracchiare di Uzi subito impotenti.
Urla e bestemmie sempre uguali
si alzavano dal convoglio; per qualche secondo mi venne il pensiero
blasfemo di quanto mancassero di fantasia nell'offendere le
divinità.
In pochi minuti l'intero convoglio era distrutto.
Sentivamo chiaramente urla angoscianti e frasi sgrammaticate che ci
offrivano la resa. Con calma scendemmo, spianando gli AK47; non
trovammo resistenza, soltanto mani alzate. Ragazzi pallidi, già
vecchi anzitempo, in ginocchio con le mani intrecciate dietro la
nuca. Occhi bassi e pieni d'odio, che risaltavano sui visi decorati
da quello strano cosmetico che imbelletta i volti dei combattenti:
fumo, sudore e sangue.
E lacrime.
Non potevamo permetterci
prigionieri, ed avevamo poco tempo: potevano aver chiamato gli
elicotteri e rischiavamo una pesante rappresaglia. Recuperammo il
possibile dagli automezzi e ne mettemmo uno in funzione. Armi ed un
po' di cibo; un buon bottino.
Scalzi e disarmati, i superstiti si
incamminarono verso il Muraglione, poco convinti che non gli avremmo
sparato alle spalle. Eravamo lontani ben prima che qualcuno di loro
avesse il coraggio di guardare indietro. Come uso avemmo la pietà di
finire i feriti gravi con una rapida raffica. Ringraziai il cielo,
denso di nuvole scure; una situazione ottimale per sfuggire a
qualsiasi ricognizione.
Lasciammo un paio di trappole lungo la
strada, rudimentali ma efficaci, e tornammo verso le rovine di San
Godenzo.
Ore dopo eravamo ben nascosti in quello che il
vecchio sergente si ostinava a definire 'Presidio Alfa', ma che per
tutti noi era soltanto 'il Covo'. Una vecchia e grande officina, ben
nascosta dalle macerie di una villetta e dal verde di una collinetta
smottata.
L'adrenalina del combattimento ci teneva svegli ed
euforici. I più giovani si alternavano davanti ad un paio di vecchi
62 pollici, con molti pixel bruciati dall'uso e dall'incuria.
Li
osservavo curioso, mentre uccidevano migliaia di nemici, uomini od
alieni, con le loro playstation tenute insieme col nastro adesivo. Il
sangue vero non gli era bastato, a quanto pareva.
Li lasciai
giocare, ormai sordo alle loro grida di vittoria ed al
turpiloquio.
L'alcool girava, insieme a qualche canna. Non eravamo
un esercito troppo attento alla forma, non ce lo potevamo permettere;
soltanto chi era di guardia, occhi ed orecchie a difesa del
perimetro, avrebbe dovuto aspettare pazientemente il suo turno per
affogare la guerra nel vino.
La grande parabola in superficie,
mimetizzata con una sapiente colorazione, ci teneva in contatto col
mondo esterno.
-Erano solo ragazzini- sbottò Luca accanto a me,
mentre guardavamo distrattamente qualcosa sul nostro schermo gigante,
'quello dei vecchi'.
-Ragazzini mandati allo sbaraglio,
chiaramente per testare le nostre forze.
Abbassò il suo
bicchiere, pieno di non so quale porcheria e continuò a parlare
guardandomi negli occhi: -Gianfra, loro possono spazzarci via quando
vogliono. Se ne stanno buoni su quel cazzo di crinale, facendosi vivi
soltanto con qualche cannonata ogni tanto, ma sono già molti e
crescono costantemente di numero. Presto scenderanno attraverso le
foreste e verranno i veterani, quelli cazzuti. Prima spianeranno un
po' la zona con i loro elicotteri ed i loro aerei, poi ce li vedremo
arrivare da tutte le direzioni e... Bang ! Addio presidio ! Non
faranno prigionieri, gliene abbiamo già combinate troppe.
Socchiusi
gli occhi stanchi, non c'era bisogno di essere Napoleone per capire
che aveva ragione.
-Luca- mi alzai dalla sedia, stirandomi un po'
i muscoli della schiena, -il nostro sistema d'avvistamento è più
che buono, abbiamo decine di uomini pronti ad informarci anche quando
loro vanno a pisciare; so che il preavviso sarebbe comunque poco, ed
in caso di attacco massiccio non potremmo fare di meglio che
ripiegare, lo sanno anche al comando. Quindi cosa vorresti fare
?
Strinse i denti: -Se non ci mandano uomini e mezzi faremo la
fine di Massa Carrara.
Luca era bravissimo nell'evocare immagini
oltremodo spiacevoli.
-Cosa proponi dunque ?
-Ripiegare, ovvio-
buttò giù un lungo sorso, rovesciandosi addosso un bel po' di
quello che, dall'odore, identificai finalmente come un pessimo
brandy, -fino a Dicomano è terra persa, dovremmo attestarci nel
Mugello, rafforzarci. Quelle merde al comando non sanno che se ci
spazzano via, 'loro' avranno la strada aperta fino a Firenze ? Dove
sono i rinforzi promessi ? Credono davvero che potremmo fermarli con
qualche vecchio Pajero corazzato con pezzi di binario e tettoie
d'alluminio ? Chi siamo... L' A-Team ?
Mi infilai un mozzicone di
toscanello in bocca, tenendolo ostentatamente con la punta rivolta
verso l'alto: -Adoro i piani ben riusciti, Murdock !
Ci mettemmo a
ridere come due scemi, mentre qualche giovanotto, all'oscuro del
significato della mia pantomima, guardava interrogativo. Quel
telefilm era già vecchio quando guardavamo le ultime repliche da
ragazzini.
-Luca, qui siamo ancora su di un terreno che rende loro
difficile l'utilizzo dei mezzi corazzati e degli elicotteri, in
pianura ci spazzerebbero via in un secondo.
-Si, ma...- lo fermai
con un gesto della mano: -Il nostro unico scopo è fargli credere che
siamo molti di più e molto meglio armati di quanto si sia veramente,
sperando di guadagnare quel po' di tempo necessario a fare arrivare
qualche serio rinforzo. A Pistoia li abbiamo bloccati ed hanno preso
una legnata che non si aspettavano; adesso che quel fronte è
consolidato è possibile che qualcosa possa essere dirottato anche
verso di noi.
Luca abbandonò definitivamente il bicchiere,
impadronendosi di una bottiglia senza etichetta: -Certo maggiore ! La
fortezza Gherardi resisterà impavida ad ogni assalto; gli unni
risaliranno definitivamente le colline e se la batteranno a gambe !-
Nel dir questo simulò malamente una posizione d'attenti, con tanto
di saluto.
-La fortezza si chiamava Bastiani, ed erano tartari,
non unni.
Luca mi guardò: -Non ti chiami Gherardi tu ? E di che
parli ? Chi è Bastiani ?
Abbassai gli occhi e mi sentì
terribilmente stupido; Luca era un grande soldato, migliore di me. In
quella guerra i miei studi classici non avevano più importanza della
citazione di un vecchio telefilm.
Presi una birra dal frigo, e
provai a guardare un po' di televisione.
Strano, ma la
televisione era migliorata da prima della guerra.
Nessuno aveva
più il tempo di controllare i decoder, non si era più soggetti
all'offerta blindata e censurata di prima.
Negli ultimi tempi
della Repubblica, ben dopo la privatizzazione ultima dei canali RAI,
non si riusciva a veder nulla se non reality, fiction dozzinali e
talk show interminabili.
Ah, beh, a parte lo sport, ovvio.
I
telegiornali non informavano più, ormai delegati soltanto
all'incitamento all'odio verso questo e quello: i nemici si
moltiplicavano ogni giorno.
Il seme della discordia era stato
legalmente gettato quando ero ancora un bambino e la pianta era
cresciuta pian piano, quasi insignificante all'apparenza. Però aveva
radici ben robuste e queste avevano infine sgretolato la Repubblica,
mentre i giardinieri perplessi gridavano: -Ma come è possibile ? Era
soltanto una piantina, come può aver fatto questo ?
Dal primo
colpo di fucile erano passati sette anni; la seconda guerra mondiale
era durata di meno.
Purtroppo non potevamo utilizzare la rete,
ci avrebbe reso tracciabili facilmente.
I vari satelliti ci
fornivano una buona varietà di canali e l'inglese aveva smesso da
tempo di essere un problema per la maggioranza di noi.
Mi
impadronii del telecomando, fra le proteste dei sottoposti ed iniziai
un po' di zapping.
Non c'erano molte novità; gli USA in costante
recessione ed alle prese con le molte rivolte popolari, i
festeggiamenti cinesi per il secondo anniversario della base lunare
permanente, qualche nuovo porto qua e là che finiva sotto il livello
del mare per il riscaldamento globale.
Mi colpii la vendita
all'India di due superportaerei atomiche americane: un altro pezzo
della potenza statunitense che se ne andava. Passai ai canali che un
tempo definivamo 'nazionali'.
'Padania 1' parlava del summit con
l'Austria per l'annoso problema tirolese ed elencava le continue
vittorie dell'Esercito Verde, ultimo baluardo di civiltà contro i
'mafiosi, islamici e comunisti'.
Ovviamente non una parola sul
'fronte toscano'; ufficialmente eravamo la Padania Tirrenica
Meridionale, momentaneamente soggetta a qualche disordine
interno.
Bugiardi.
'Firenze digitale' ci informava
dell'improbabile ritorno dei turisti stranieri nella nostra capitale,
'città d'arte come nessun'altra' e dell'abbattimento di ben tre
Typhoon padani da parte della nostra 'impenetrabile' contraerea,
guidata 'dal cuore e dalla giustizia'.
Chissà, probabilmente
eravamo riusciti a buttarne giù uno, se non era caduto da solo: i
loro Eurofighter dovevano essere un bel po' in difficoltà con la
manutenzione, visto il casino che c'era in Europa, la vecchia Europa
non più unita.
Lanciai il telecomando ad un commilitone. Il
vecchio plasma 70 pollici tornò sintonizzato sulle partite della
Bundesliga. Mi presi un libro in previsione di restare ancora sveglio
a lungo, il solito 'Signore degli anelli' che tentavo inutilmente di
finire da mesi, ma toccata la branda precipitai in un sonno
avvolgente e senza sogni.
Alle quattro fui svegliato da un
paio di colpi della 'Grande Berta', in realtà dei grossi obici
piazzati nel loro presidio del Muraglione. Soliti colpi a casaccio,
col solo scopo di tenerci in tensione.
Mi rigirai, tornando a
dormire profondamente, non senza essermi ripromesso di infilargli
prima o poi quegli obici dove non avrebbero gradito.
Per
motivi di sicurezza neppure il Comando di Zona sapeva esattamente
dove eravamo acquartierati; la mattina, insieme al sergente ed a
Luca, ci incontrammo nel solito punto prestabilito con il portaordini
proveniente da quel presidio.
Arrivò in sella ad una Kawasaki,
malamente colorata di grigio scuro, che di certo aveva visto tempi
migliori: -Saluti dal comando !- Ci urlò, mentre portava la mano
alla fronte, superando il rumore preoccupante che usciva dagli
scappamenti della sua motocicletta.
-Salute e te- risposi, -questo
è il resoconto delle ultime azioni intraprese.- Dissi porgendogli
una busta chiusa. Lui l'afferrò e la infilò con attenzione in una
tasca della giberna che aveva a tracolla; dal casco grigio e senza
insegne si intravvedeva il volto di un ragazzino forse maggiorenne.
Con enfasi prese una piccola busta dalla tasca anteriore
dell'uniforme e me la porse come fosse una delicata reliquia: -Sono
ordini importanti, signore, ho avuto la consegna precisa di
difenderli con la vita !
Accennai un sorriso, soprattutto per quel
suo accento livornese che ho sempre trovato esilarante.
-Bravo
soldato, segnalerò la tua efficienza; adesso torna al presidio. Nel
caso tu venga intercettato, limitati a distruggere la mia lettera.
Non vale la vita di nessuno.
Un nuovo saluto entusiasta, un colpo
di gas ed il ragazzo era già lontano.
-Ce la farà a tornare con
quel cadavere sotto il culo ?- Ridacchiò Luca.
-Sono certo di si,
sa il fatto suo- dissi, troncando il discorso che, come sapevo
benissimo, avrebbe portato Luca ad una lunga dissertazione sui
'giovani esaltati'. Tornammo sui nostri passi, il Covo non era
lontano, ma erano pur sempre diversi chilometri a piedi per la
boscaglia.
Ore dopo, comodamente seduti sui nostri divani di
pelle consunta, un tempo sedili posteriori di grosse berline, aprimmo
il plico degli ordini. Al solito conteneva promesse di rinforzi e
ringraziamenti per il nostro operato. C'era anche altro, molto più
interessante.
Lessi ad alta voce le richieste del comando; vidi il
sergente invecchiare di colpo e Luca attaccare con una sfilza di
bestemmie inimmaginabili.
-Sono pazzi ! Ma che richiesta è questa
? Non ci mandano armi, non ci mandano uomini, di mezzi neppure a
parlarne e se ne vengono fuori con queste pretese da rincoglioniti;
ma scherziamo !?
Il mio sguardo eloquente fermò il suo sfogo:
-L'ordine è semplice: è richiesta una ricognizione della posizione
nemica sul Muraglione nonché, se vi fossero le condizioni,
l'attuazione di qualsivoglia forma di sabotaggio del presidio
stesso.- Guardai Luca sfoderando un falso sorriso a trentadue denti,
come per dire: 'tutto qui, cosa vuoi che sia...'
-Non capisco,
dovrebbero avere foto della ricognizione aerea, ogni tanto qualcuno
dei nostri macinini ci passa là sopra. Dovrebbero avere anche foto
satellitari: hanno finito i soldi per comprarle dai russi ?
-Luca
è naturale conseguenza del bluff che stiamo reggendo qui- dissi,
accendendomi una sigaretta vecchia e secca, che mi provocò
immediatamente ripetuti colpi di tosse stizzita, -andargli in casa e
riuscire a lanciargli anche soltanto un paio di granate potrebbe
mettere in crisi la loro arrogante sicurezza.
-E' un suicidio,- ci
girammo a guardare il sergente, era così raro esprimesse le sue
opinioni, -sarà impossibile arrivarci senza farsi scoprire, anche
attraverso il bosco più fitto, ed anche fosse... Come potremmo
scappare senza che ci ammazzino tutti ?
Già, il problema era
esattamente questo.
Il comando ci definiva gli 'eroi
dell'Appennino', magari pensavano che 'martiri' avrebbe suonato
meglio per la nostra indipendenza.
Di fronte alle vecchie carte
della forestale studiai a lungo la situazione, mentre il sergente si
affogava nel vino in cartone e Luca inventava sempre nuovi
irripetibili aggettivi per i nostri comandanti, per tutti i santi del
calendario e per ogni metro di terra che ci divideva dal
Muraglione.
-Adesso vado in paese, cerco qualcosa che abbia un
motore funzionante ed arrivo da quelle teste di cazzo del comando; ne
rompo due o tre e dopo gli spiego perché questa missione è bene la
facciano fare a qualcun altro, magari a quegli esaltati del
battaglione politico !- Luca scandì con enfasi teatrale ogni sua
parola, -sei d'accordo con me maggiore, no !?
-No.- Luca strabuzzò
gli occhi alla mia risposta, in preda all'ira frantumò a terra il
bicchiere che aveva fra le mani, -ed allora cosa cazzo vuoi fare ?
Sono sicuro che di volontari ne troverai per questo scherzetto ma,
cazzo, io non voglio mandare nessuno di questi bambocci a morire
inutilmente, cazzo ! Sai cosa ? Ci vado io, da solo !
Mi toccai la
barba di tre giorni, slacciai gli anfibi e con la testa chinata,
dissi lentamente: -No Luca, non andrai tu, o meglio, non andrai da
solo. Non sai neppure pulirti il culo senza di me. Andremo noi due e
ti prometto che riporteremo a casa pure la cotenna.- Sorridendo
picchiettai sulla carta un punto invisibile, in mezzo alla boscaglia
più fitta.
Luca ed il sergente si chinarono a guardare.
Nei
primi anni 70' nacquero in quelle zone diverse comunità di hippie,
persone che avevano recepito il messaggio proveniente dalla
controcultura allora in voga in America: Pace ed Amore.
In breve
tempo alcune centinaia di persone, di diversa estrazione e con
diversi desideri, si erano ritrovate a vivere in comuni sperse fra i
boschi, ad ore di cammino dal più vicino avamposto civile.
Ovviamente, così come in America, fin da subito non aveva
funzionato.
Prima se ne andarono quelli che si erano imbarcati
nell'impresa con la convinzione di scopare facilmente, poi quelli che
avevano semplicemente visto troppe volte il film su Woodstock.
Infine
erano partiti quelli alla ricerca di 'erba' facile. Anche gli ultimi
si erano presto scontrati con le enormi difficoltà del vivere uno
pseudo comunismo utopico senza comodità e senza aspirina. In breve
tempo quasi tutti erano ritornati all'elettricità ed all'acqua
corrente.
Ciò nonostante decenni dopo sopravviveva uno sparuto
gruppo di persone, troppo convinte di vivere nell'Eden, o
semplicemente troppo disadattate per sopravvivere in qualunque altro
posto.
Da giovane, brevemente fulminato da idee tardo romantiche,
ero andato a vedere l'ultima comune rimasta, dopo un trekking
estenuante con la mia compagna di allora. Avevo incontrato poche
persone, sporche e malaticce, che a mala pena sopravvivevano
allevando asfittiche galline e coltivando Marjuana ben nascosta alla
ricognizione aerea della polizia. Provai soltanto disgusto,
ripromettendomi che mai più sarei fuggito dalla realtà alla ricerca
di chissà quale verità occulta.
Però avevo conosciuto
Alessandro, che tutti chiamavano lo 'Yeti'.
Doveva essere sulla
quarantina all'epoca, almeno dal poco che si vedeva spuntare dalla
sua enorme capigliatura sporca e scomposta. Era li da almeno
vent'anni, ma non si era mai unito agli altri. Abitava da solo, in
quella che mi sembrò una grotta e che in effetti era quanto rimaneva
di un bunker della seconda guerra mondiale. Anche lui era un
combattente.
Ma la sua era una guerra bizzarra, contro nessuno se
non il mondo.
Gli altri lo evitavano, ne avevano paura. Le sue
apparizioni erano sempre collegate a strani avvenimenti. Magari un
tipo stava male e giaceva morente fra gli altri, impotenti. Oppure la
comunità rischiava di morire di fame, per la solita totale
disorganizzazione.
Si presentava inatteso, muto come sempre,
mentre tutti gli facevano spazio. Dopo un po' spariva ed il malato
stava meglio, oppure si trovava improvvisamente del cibo sulle
tavole. L'ambiente favoriva l'irrazionale e molti pensavano fosse un
nuovo profeta, se non il Cristo in persona redivivo. L'importante era
non disturbarlo, ne fargli domande.
Almeno così dicevano.
A me
non era bastato. Ero andato a cercarlo e me lo ero trovato dietro le
spalle.
Non mi disse nulla e neppur io aprii bocca.
Ci sedemmo
e ci guardammo per un tempo indefinito.
Infine si alzò, mi
sorrise brevemente e scomparve. Mi incamminai nuovamente verso la
comune, dove trovai Elena, la mia ragazza, piangente e disperata.
Mancavo da quattro giorni, a sentir lei, io ricordavo di essere stato
via un pomeriggio.
Tornai a casa alquanto turbato. Pensavo alle
leggende sugli uomini rapiti dai folletti, od erano fate ?
Poco
prima della guerra passai per caso da queste parti ed ebbi il forte
impulso di sapere che fine avesse fatto quella strana persona. Con
enorme difficoltà trovai la comune, ridotta ormai a soli tre nuclei
familiari e... si, lo yeti era sempre in giro. Andai a
cercarlo.
Stavolta pensai di averlo sorpreso, salvo vederlo alzare
un braccio per salutarmi mentre mi dava la schiena, accovacciato
vicino ad un falò.
Mi sedetti, mi parve non fosse invecchiato di
un giorno; la cosa mi sembrò normale.
Mi offri una tazza
sbroccata, da cui bevvi senza chiedermi cosa contenesse.
Poi non
so. Forse mi addormentai e sognai. Forse.
Ma vidi la guerra. Vidi
mezza Roma in fiamme, vidi il Po tinto di rosso. Osservai viadotti
crollare e lunghe file di profughi. Vidi treni presi d'assalto da una
povera umanità.
Mi svegliai ore dopo, sudato, sicuro di essere
stato drogato. Ero arrabbiatissimo, proprio incazzato nero per questo
scherzetto. Lui era li, scosse leggermente la testa e parlò: -Quando
sarà il momento ti prometto che lo farò.
Poi si alzo e se ne
andò. Tornai alla mia automobile lontana, ripromettendomi di non
tornare mai più da quelle parti.
Mesi dopo iniziò
tutto.
Riguardai la cartina: Lui era lì, a non molte ore di
cammino, più o meno dentro il nostro territorio.
Ed aveva
promesso di fare qualcosa, qualcosa per me.
A Luca raccontai
una versione alquanto edulcorata di questa storia; il punto era
semplicemente che conoscevo qualcuno e che, probabilmente, si sapeva
muovere in quel bosco come un viet-cong nella giungla, qualcuno che
sarebbe stato in grado di accompagnarci fino all'obiettivo.
Non lo
convinsi affatto ma, come sempre, accettò il mio piano.
Quel
diavolo sarebbe venuto con me fino in paradiso se glielo avessi
chiesto.
In nottata ricevemmo ulteriori inattese
istruzioni.
Partimmo la mattina dopo, prima dell'alba. Nero fumo
sul viso.
Dotazione standard: mimetica regolamentare, zaini
carichi di bombe a mano e semtex ucraino , gadget vari; Luca si era
voluto portare per forza dietro il suo vecchio Garand, io avevo il
mio inseparabile AK47 di produzione serba nonché una lucida Skorpion
alla cintura.
Camminammo a lungo, con attenzione, dentro una
foresta intricata, molto più ostile di quanto ricordassi. Verso
mezzogiorno ebbi l'impressione di essermi perso, finché non vedemmo
un fuoco lontano. Ci avvicinammo strisciando, mentre Luca
accompagnava ogni metro con la solita interminabile litania di
bestemmie sussurrate.
Il posto era quello, ma non era come
ricordavo. C'erano molte, molte persone.
Ragazzi, perlopiù, ma
anche famiglie con padri canuti. Profughi, pensai.
Vidi diverse
divise verdi, sporche e stracciate e riconobbi anche quel figlio di
puttana di Leonardo, che aveva disertato mesi prima: almeno non si
era venduto al nemico.
Contai circa quaranta persone intorno al
fuoco. Cuocevano qualcosa, ridevano, fumavano e qualcuno strimpellava
una chitarra scordata.
-Profughi e disertori- dissi a bassa voce,
più a me che a Luca, -e qualcuno dei residenti originari.
Ero
indeciso sul da farsi. Palesarsi poteva comportare reazioni
inconsulte: difficile che tutti quei rinnegati non avessero
conservato un UZI sotto qualche frasca.
-Venite con me.
La voce
dello yeti dietro le spalle mi arrivò stranamente attesa, Luca
invece si era ferocemente morso la lingua per lo spavento. Solo per
riflesso automatico ero riuscito a fermarlo prima che piantasse un
coltello nel cuore di quell'ombra apparsa improvvisamente.
Vecchio
soldato, affidabile e pazzo.
Nel buio della foresta non vedevo
granché del nostro ospite, ma non feci fatica a riconoscerlo.
Lo
seguimmo a lungo e mi ritrovai nel solito vecchio bunker
diroccato.
-Cazzo ! Guarda Gianfranco, da questi graffiti pare ci
siano passati in tanti qui. Scritte in tedesco, in inglese,
italiano.- Osservai con attenzione alla luce del fuoco subito acceso
dal padrone di casa: -Nel secolo scorso ci fu un bel po' di movimento
da queste parti- risposi a Luca, facendogli occhiolino, -però non
c'é ancora nulla scritto in bresciano.
Luca accennò un sorriso,
poi spostò lo sguardo interrogativo sullo yeti.
-Lascialo fare-
dissi, mentre osservavo anch'io quell'incredibile cascata di capelli
sudici che ormai toccavano terra, -quando vorrà sarà lui a dirci
cosa fare.
Luca fece l'unica cosa sensata che un veterano fa in
questi casi; tirò fuori un panino dallo zaino, bevve un po' d'acqua
e si addormentò di schianto sul pavimento distrutto pochi secondi
dopo aver mangiato. Io mi sedetti ed aspettai che il nostro amico
parlasse.
Aspettai a lungo; gli occhi mi si stavano chiudendo,
finché lui girò la testa verso di me, fissandomi. Alla luce del
fuoco sembrava un lupo fra i cespugli: -C'é qualcosa di terribile
qui sotto.
-Che vuoi dire ?- Chinai la testa sulla spalla
sinistra, fra l'interessato e l'esausto.
-Qui, sotto di noi... C'é
una forza potente, sinistra, cattiva. Qualcosa che non puoi
immaginare.
Rimasi deluso, non mi aspettavo certo un discorso
misticheggiante nonostante il personaggio; eravamo in guerra ed avevo
bisogno di aiuto, non di favole nere.
Lui capì subito il mio
disappunto, sorrise amaramente: -Non hai possibilità, puoi solo
credermi, devi credermi!- Era la prima volta che lo sentivo alzare la
voce, anche se a dire il vero era la prima volta che lo sentivo
mettere in fila così tante parole. Si alzò di scatto, e continuò:
-Quanti anni credi che abbia io ? Non sforzarti, sono nato a Manheim
il 12 maggio del 1921.
Ecco, un pazzo ! Ed io idiota a catturare
lucciole: -Senti, non mi interessano queste cose, credo in tutto
quello che vuoi, io ho soltanto bisogno di qualcuno che possa
accompagnarci non visti fino al Muraglione, potresti aiutarci
?
-Vieni- disse, e mi ritrovai comunque a seguirlo una volta di
più. Luca aprì un occhio, il suo solito sonno da gatto, ma bastò
un impercettibile segno della mia mano per tranquillizzarlo e farlo
tornare a dormire.
Lo yeti entrò in una macchia particolarmente
intricata; i rovi quasi mi strapparono la mimetica in un paio di
punti, vidi del sangue sul mio palmo destro. Poi scendemmo. Si, c'era
una scala in pietra, strettissima, nascosta nel nulla. Scendemmo
quasi in verticale, a lungo. Lo yeti in scioltezza, io sbuffavo ad
ogni gradino. Faceva caldo, sempre più caldo. Come poteva essere
possibile ?
Mi balenò l'immagine di Dante che entrava
all'Inferno, seguendo Virgilio a rispettosa distanza.
Poi ci
ritrovammo in una grande stanza scavata nella roccia, di pianta
irregolare; in quel momento realizzai che questa era illuminata senza
che fosse evidente nessuna fonte di luce. Misi la mano sulla Skorpion
di riflesso. -Lascia fare,- ora sorrideva, -non servono armi qui
dentro.
Punto un dito su di una parete: -Li dietro è imprigionato
qualcosa, qualcosa che esiste da milioni di anni. E' un Dio, un Dio
cattivo, un'ombra diafana del male. Ha accompagnato gli uomini per
millenni, nutrendosi della loro violenza. Si diverte ad appoggiare
questo o quel popolo in guerra, mangiando morte ! Qualunque cosa
voglia dire...
Ero stufo di essere preso per il culo: -Basta con
queste cazzate ! Se puoi aiutarmi dimmelo subito, altrimenti ci
leviamo dai coglioni; ti sarai fumato la foresta e flippato il
cervello con chissà quale merda ma noi non abbiamo tempo da perdere
!- Alzai la pistola verso la sua testa, in preda all'ira.
Poi
sentii qualcosa. Dicono che il Diavolo non è brutto come lo si
dipinge. Percepii soltanto come una nebbia intorno a me, gradevole,
tonificante perfino. Mi entrava dentro le narici, la bocca, gli
occhi. La sentivo muoversi dentro il mio corpo, restituendomi
sensazioni impossibili, precluse alla razza umana. Subito pensai di
essere stato nuovamente drogato, ma come era possibile ? La nebbia mi
mostrava il funzionamento di ogni mia singola cellula: come potevo
credere a quella sensazione ? Il pensiero correva velocissimo senza
andare da nessuna parte, nella nebbia vedevo lo yeti, lontanissimo,
inoltre vedevo la mia mano armata.
-Respira profondamente e
capirai da solo. Non sei il primo a vivere questa sensazione. Stai
solo leggendo un avvertimento scritto tanti secoli fa.
'Lasciate
ogni speranza o voi che entrate' fu la prima frase a venirmi in
mente.
Ma non era corretta. Qui nessuno doveva entrare.
Soprattutto nessuno e niente doveva uscire.
Visualizzai eserciti
antichi, combattere guerre sanguinose con l'aiuto di qualcosa che
sembrava magia. Pensai a popoli, piccoli e bellicosi, fare strage ed
abbattere antichi imperi, vidi intere flotte di fragili navi di legno
scomparire nei marosi. Onnipresente una strana nebbia, che cresceva
sempre di più. Poi successe qualcosa, qualcosa di poco chiaro. Altre
entità, altre 'divinità', che spingevano la nebbia dentro un
anfratto della terra, per poi sparire dopo aver constatato che gli
uomini continuavano lo stesso ad uccidersi fra di loro.
'E' un
saprofita, non provoca la guerra, se ne nutre. Con gli uomini ha
trovato l'ambiente ideale e lui li ricompensa aiutandoli. Chi lo ha
dalla propria parte vince, ma perde l'anima. Non in senso cristiano,
semplicemente non può più smettere di combattere'. Questo pensai o
meglio, questo fui indotto a pensare.
-Ed Alessandro raggiunto il
mare pianse, perché non c'era più nulla da conquistare.-
Dissi.
-Ora sai,- lo yeti mi prese per un braccio, -quel che ti
rimane da sapere è che è necessaria la presenza costante di un
guardiano, anche se non ne conosco il motivo, se non quello di non
permettere a nessuno di avvicinarsi a questo posto. Lui ti fa forte,
ti fa vivere quanto vuoi, ti permette cose strane ma non vuole essere
abbandonato, mai. Soltanto questo lo obbliga a rimanere dov'é. E Dio
non voglia esca mai ! Si metterebbe al servizio di qualcuno e la
prossima guerra potrebbe essere l'ultima, perché dopo non ci sarà
più nessuno.
Quando lo riguardai in faccia eravamo già in
superficie.
L'aria fresca ripulì velocemente i miei polmoni.
-Mi
chiamo Helmut,- disse, -davamo la caccia ai partigiani quando capitai
qui nel 1944. Io ed il tenente trovammo la scala vicino alla nostra
posizione e scendemmo fino in fondo. Io capii subito, ma il tenente
iniziò a sbraitare e si incamminò per chiamare il resto della
squadra; era sua intenzione far saltare in aria la stanza. Lo uccisi
con un colpo di taglio del piccolo badile che portavo alla cintura,
come avevo imparato a fare in Russia.
Lo vidi rabbuiarsi per un
secondo: -Poi apparve quell'uomo fra gli alberi, appoggiato ad un
faggio in modo quasi beffardo. Un irriconoscibile esemplare umano,
quasi umano perlomeno, nascosto da una folta capigliatura e da una
barba incredibile.
Per un attimo sembrò guardare se stesso: -Mi
parlò in tedesco, con un forte accento della Renania francese:
'Bravo, non capita spesso che qualcuno si scelga da solo. Ora posso
andarmene, posso tornare ombra fra le ombre... ricorda però, questo
passaggio non è mai indolore, ha bisogno di sangue; possa esserti di
conforto il fatto che non sarà colpa tua.' Lo vidi trasfigurarsi e
per un attimo ebbi la visione di un ussaro napoleonico. Poi
scomparve.
Si sedette, sembrava non credere alle sue stesse
parole. Io non sapevo proprio a cosa credere.
Quello che nel
sottosuolo mi era sembrato lampante si dimostrava sempre più assurdo
alla mia mente lucida.
-Più tardi raggiunsi la squadra e dissi
che il tenente era stato ucciso in una imboscata. Gli uomini si
misero ad urlare e mi seguirono invasati fino al corpo
dell'ufficiale. Non capivo cosa stavo facendo, portandoli lì mi
sarei autoaccusato. Ma non ci arrivammo mai.- Girò la testa verso di
me, piangeva: -Entrammo per puro caso in un accampamento di
partigiani e... erano morti ! Erano tutti morti ! Trovammo almeno 40
corpi a terra, molte le donne, anche giovanissime. Rimanemmo stupiti
di questa posizione così vicina alla nostra ed ugualmente non
comprendemmo la natura del massacro. Sembravano tutti uccisi all'arma
bianca, pochissimi i colpi di arma da fuoco e tutti sparati da
distanza ravvicinata. C'era un pazzesco odore di cordite.- Lo yeti,
od Helmut che fosse, aveva la voce fortemente incrinata.
-Bruciammo
l'accampamento, in preda alla rabbia e ci aggirammo come lupi nei
dintorni. Incappammo in un casolare e,- abbassò gli occhi, -
sterminammo un paio di famiglie di contadini, infierendo sui
corpi.
La notte era calata, ed oramai sedevamo accanto al fuoco,
vicino a Luca che continuava a dormire, ovviamente a suo modo.
-Nelle
settimane seguenti non cambiò nulla, tenevamo la posizione. Gli
anglo-americani erano prossimi ed infine ripiegammo. O meglio, ci
provai. La nostra colonna in ritirata fu attaccata dagli aerei nemici
ed il mio camion fu il primo a saltare. Unico sopravvissuto mi
nascosi, non visto, nella foresta, mentre continuava l'attacco dal
cielo. Mi sembrò chiaro che dovevo rimanere.
Lo yeti chiuse gli
occhi e si addormentò, lo seguii immediatamente. Per un po'.
Ci
svegliammo nel tardo pomeriggio.
Luca faceva uno sforzo enorme per
evitare di farmi domanda, lo vedevo continuamente bofonchiare e
sbuffare fra se e se. Tipico.
Lo yeti ci indicò la strada e lo
seguimmo. Il viaggio fu lungo e faticoso, ore ed ore di bosco
fitto.
Alle prime luci dell'alba seguente il suo dito indice si
sporse dalle frasche; potemmo finalmente osservare il presidio dei
lumbard.
Era un bell'assembramento, niente da dire.
Contai
vicino al vecchio albergo semidistrutto una ventina di grossi Iveco
telonati, diverse postazioni di obici ed un gran via vai di camice
verdi. Ai lati della strada, ben nascosti sotto gli alberi, era
presente un discreto numero di vecchie Centauro, tirate a lucido.
Quello che mi impressionò veramente furono gli Abrams. Questi
maledetti ne avevano una decina, comprati chissà dove; pensai ai
quattro T 59 cinesi che difendevano Dicomano: non ci sarebbe stata
storia.
-Adesso inizierà il sacrificio !- Disse lo yeti, -il
cambio del guardiano verrà suggellato dal sangue di quegli uomini !-
Lo presi per una spalla: -Stai giù, adesso ci pensiamo noi.
Si
scansò con violenza e mi guardo irato: -Tu... tu credi, no ? Tu sai
che ho ragione. Adesso sai cosa succederà ? Adesso usciranno dai
boschi le ombre dei miei camerati, saranno migliaia ! Avranno bombe,
carri armati e mitra, saranno imbattibili, uccideranno tutti. E tu
pagherai sostituendomi, fino a che qualcuno non darà il cambio a te
!
Ad un mio cenno Luca lo stese con un colpo sapiente, senza
fargli troppo male.
Ci mettemmo a guardare gli orologi; dalla
piccola radio portatile feci partire un breve segnale, poi la spensi.
Rimanemmo ad osservare nascosti: la loro tecnologia funzionava bene,
infatti ci fu subito dell'agitazione nel presidio; avevano avuto
sentore che qualcosa o qualcuno aveva lanciato un'onda radio nei
dintorni. Vidi formarsi delle squadre, con dei cani lupo al
guinzaglio.
-Ci verranno a cercare- di Luca leggevo il labiale,
tanto parlava piano: -Hai detto dieci minuti ?
-All'incirca, non
ci vuole granché dalla costa grossetana. Come sta il tipo ?
-Il
pazzo ? Sta bene, vai tranquillo... Lui ed i suoi tedeschi.- Un
sorriso sornione si accese sulla bocca del vecchio soldato: -Dunque
cos'é quella caverna ?
Tirai fuori di tasca una piccola agenda
semidistrutta dal tempo: -Nel 44' un contingente tedesco costruì
alcuni bunker, compresa quella stanza credo, non so con quali
intenzioni. La trovarono comoda, anche perché in prossimità di una
qualche attività geotermica che la riscaldava. Dovette sembrare
fantastica d'inverno. Sul soffitto ci sono alcune fessure naturali
che portano luce dall'esterno; sono difficili da notare, sul momento
non ci avevo fatto caso.
Guardai nuovamente l'orologio, ancora
sette minuti. Intanto da basso stavano iniziando a cercarci.
-Quello
che non sapevano è che c'é effettivamente qualcosa lì, ma non è
nulla di magico. Ci sono delle esalazioni, un qualche gas sotterraneo
che ha sottili effetti psicogeni.
-Ti sei accorto di questo
tornandoci stanotte ?! Come hai fatto, non capisco.
-Luca, io non
mi sarei accorto di nulla, se non avessi trovato questa,- gli mostrai
nuovamente l'agendina; sulla copertina di pelle erano ancora visibili
un'aquila ed una svastica.
-Ovviamente non c'era più luce, ma con
la lampada ho visto molto meglio: in un lato c'erano un sacco di
fogli, divise consumate ed un po' di ossa, ossa umane.
Luca fece
finta di rabbrividire. -Dovevano essere di quell'Helmut,- dissi.
-Aveva questo diario in mano e mi è stato tutto chiaro: sono stati
li dentro per giorni e si sono intossicati senza rendersene conto.
Lui descrive situazioni surreali, fantastiche. Racconta di vedere il
futuro, ritiene che gli altri si stiano trasformando in mostri.- Luca
picchiettò l'orologio e mi fece un due con le dita. -Poi è successo
qualcosa, non so. Forse si sono uccisi a vicenda. Drogati di
allucinogeni.
-Mi sembra una storia strana, senza senso. Fortuna
che parli tedesco, và.- Mi diede una pacca sulle spalle a
tradimento, una delle sue, da tramortire. Poi rise senza rumore.
-La
storia è piena di posti del genere, i vari indovini e sibille del
passato usavano divinare in caverne o grotte che, secoli dopo,
abbiamo scoperto contenere gas particolari.
-Mi inchino sempre
alla tua cultura, Gianfra.- Luca sembrava davvero colpito.
-L'ho
visto su History channel...
Cani ! Sempre più vicini. Ma ancora
non tanto da doversi preoccupare.
-E' ora, iniziamo le danze.-
Tirai fuori dallo zaino un illuminatore laser.
Luca guardò il
cielo: -Sei sicuro verranno ?
-Sono già qui, alti e lontani per
sentirli, ma ci sono.
Puntai il mio illuminatore sugli Abrams per
prima cosa, Luca usò il suo sulla costruzione apparentemente adibita
a caserma.
Non passarono due minuti.
Un inferno di fuoco scese
dal cielo. Via via che i bersagli illuminati venivano colpiti ci
aggiornavamo su nuovi obiettivi. Le esplosioni erano relativamente
vicine e ci ritrovammo presto quasi sordi. Bombe guidate, potenti
bombe che scendevano precise da migliaia di metri di altezza. Sopra
di noi si trovava un intero gruppo di Rafale francesi imbarcati;
l'improvviso asso nella manica del nostro governo. Con quest'azione
la Francia tornava a dire la sua in Italia, in quell'espressione
geografica che l'Italia era tornata ad essere.
Poco prima di
partire alla ricerca dello yeti era tornato il motociclista livornese
e finalmente aveva portato novità davvero interessanti.
Il
presidio andava a fuoco, non c'era più un bersaglio valido da
illuminare.
Luca ed io ci girammo per scappare, prima avremmo
recuperato lo yeti.
Ma non c'era più. -Dov'é quel pazzo ?- Luca
allargò le braccia: -Non lo so, e non abbiamo tempo. Scappiamo forza
!
A malincuore gli diedi immediatamente ragione, a gambe levate ci
dirigemmo verso l'interno più oscuro della macchia; forse non ci
seguiva nessuno, ma in ogni caso non avevamo più nulla da vedere in
quel posto. 'C'é stato il tuo sacrificio' pensai, 'Ora chi ti
sostituirà Helmut ?'
Ci fermammo soltanto dopo ore di marcia
veloce, esausti ci accasciammo a ridosso di un pino.
-Che faranno
adesso i verdi ?- Chiese Luca, non prima di una fragorosa bestemmia
liberatoria.
-Non lo so, avranno le loro belle gatte da pelare ai
confini del nord ovest, credo ci lasceranno in pace.- Guardai verso
il basso: -Ci sono cinque nazioni in quella che era l'Italia, siamo
stati gli ultimi a far entrare nuovi stranieri in nome della difesa
nazionale. Non avremo più diritti sul nostro paese, sarà ancora un
comodo campo di battaglia per gli altri.
-Lascia stare.- Luca
stava mangiando una scatoletta tirata fuori dallo zaino: -Oggi
abbiamo vinto. Dimmi piuttosto ancora di quel rincoglionito.
-Non
è un pazzo: è semplicemente drogato da quei fumi ed immagino anche
dai funghi che crescono da queste parti,- ripensai alla prima volta
che lo conobbi: -Avrà trovato quello scheletro, avrà letto la
piastrina... Un transfert, non vedo altra spiegazione. Aggiungici
decenni di solitudine in questi boschi; nonostante l'aspetto credo
abbia più di sessant'anni, vissuti qui in gran parte.
Luca si
lasciò scappare un fischio di meraviglia: -Anche tu hai respirato
quella roba, giusto ?
-Si, credo sia molta di più di quanta ce ne
fosse quando i tedeschi usavano quel posto, ma quando ci sono tornato
indossavo questa,- tirai fuori dallo zaino una maschera antigas
russa.
-E guarda caso il demone imprigionato non si è fatto
sentire ! Ebbravo.
Fermai Luca alzando una mano, c'era qualcosa
vicino a noi.
Uomini, uomini e cani. I superstiti non ci avevano
lasciati andare.
-Presto, sono vicini, troppo vicini.- Mi morsi
fortemente le labbra: -Troppo per scappare ancora, temo dovremo
affrontarli.- Luca imbracciò il Garand: -Rimani qui, provo ad
aggirarli, sai che ho ragione.- In un attimo scomparve fra gli
alberi.
Il rumore era sempre più vicino, sdraiato per terra
puntavo l'AK47 verso dove pensavo sarebbero arrivati.
'Stavolta
non si torna a casa.'
Poi rumori, spari, urla. Sentì gracchiare
decine di mitragliatrici all'unisono. Strano, non riconoscevo quel
suono. Non durò molto. Poi solo silenzio.
Aspettai nascosto per
un ora almeno, finché intravvidi un'ombra: -Non sparare, sono
io.
Luca. Mi avvicinai e rimasi colpito come mai in vita mia. Il
vecchio guerriero era bianco come un cencio, sudato e con due
capocchie di spillo al posto delle pupille. Non l'avevo mai visto
così, neppure la volta che fece esplodere un carro Ariete da
solo.
Si sedette o meglio, svenne accanto a me: -Stai tranquillo,
non siamo più in pericolo.
Come lo ebbe detto cadde in un sonno
profondo.
Mi svegliai che tornò l'alba. Luca si faceva la barba
approfittando di un piccolo ruscello.
Quando mi avvicinai si
limitò ad indicare un posto dietro gli alberi: -Vai a vedere.
A
non più di un paio di centinaia di metri, in un minuscolo spiazzo,
giacevano i corpi di una ventina di camice verdi e di alcuni cani.
Erano tutti stati massacrati da moltissimi colpi, alcuni erano
smembrati dalle bombe a mano.
Tornai da Luca incapace di parlare.
-Puoi guardare il mio fucile se vuoi,- disse Luca con una strana
espressione sul viso che ricordava la Gioconda di Leonardo: -Io non
ho sparato un colpo.
-Che vuoi dire ?
-Che li ho visti, ma non
parliamone più.
Non riuscì più a togliere una parola dalla
bocca di Luca. Per tutto il viaggio di ritorno non disse nulla,
neppure una delle sue bestemmie.
Fummo accolti come eroi; la sera
stessa eravamo a Firenze e dopo il rapporto ci portarono a cena con i
maggiori esponenti del governo toscano. Notai molti ufficiali
francesi.
C'era bisogno di eroi e fummo festeggiati a dovere per
qualche giorno, poi mi ritrovai comandante in capo dei Nuovi Lupi di
Toscana. Il prossimo obiettivo era palese, vendicare Massa
Carrara.
Luca però scomparve. La cosa venne subito coperta, un
eroe che diserta dopo una grande azione era inaccettabile. Se ne
smise semplicemente di parlare. Nei rapporti confidenziali avallai
l'ipotesi che il vecchio amico avesse ceduto di schianto e che,
probabilmente, fosse andato a suicidarsi da qualche parte. Dopo un
po' la cosa venne archiviata.
E' passato molto tempo
ormai.
Ora siamo più potenti, abbiamo meno paura di essere
attaccati da nord o da sud, anche se non so quanto pagheremo questa
nostra nuova forza.
Ci sono degli accordi, la pace regge, per il
momento.
So dov'é Luca: è andato a pagare il mio debito.
Lui
ha visto.
Lui è li, in compagnia delle ombre delle camice verdi
che hanno dato il cambio alla Wehrmacht.
Fino alla prossima
guerra.